STRUTTURE O AMBIENTI CON VARIE DESTINAZIONI D'USO, STRETTAMENTE CONNESSE AGLI ASPETTI BELLICI DI DIFESA O DI OFFESA.l

Se il cosiddetto castello suscita di per sé un fascino innegabile, esso ha inizialmente attirato le pulsioni esplorative in quanto fondamentalmente, nell’immaginario collettivo, custodisce un “passaggio segreto” sotterraneo (figg. VII.24 e VII.25). Quindi riconducibile, in quanto tale, al genere di attività che la speleologia affronta. Ad esempio, accennando alla felice posizione occupata dall’antica Praeneste, Strabone ci dice che oltre ad essere un luogo naturalmente difeso, disponeva di camminamenti sotterranei scavati in varie direzioni fino alla pianura e destinati sia a “passaggi segreti”, che all’approvvigionamento idrico (Strabone, V, 11). L’indagine s’indirizza quindi a documentare ben altri generi di sotterranei: pozzi, cisterne, magazzini, prigioni, cunicoli e gallerie di collegamento. Tutto ciò non disdicendo l’estensione delle attività esplorative e conoscitive agli ambienti aventi anche solo una parvenza di sotterraneità.

Vediamo ora di esplicare i concetti accennati. Una cintura fortificata necessita di alcuni “sistemi” per la sua sopravvivenza in caso di assedio. Uno di questi è costituito dall’approvvigionamento idrico. Senz’acqua non si vive. Di conseguenza, senz’acqua non ci si difende. Oltre a spegnere la sete l’acqua serve a spegnere gli incendi, nonché a mantenere un certo grado di igiene per scongiurare il diffondersi di malattie. Tali sistemi sono costituiti da pozzi per la captazione di acquiferi, acquedotti per l’apporto continuo di acqua potabile (anche immagazzinabile in appositi serbatoi generalmente sotterranei o semisotterranei), cisterne per la raccolta e lo stoccaggio delle acque meteoriche. «I loro cannoni hanno aperto numerose brecce nelle nostre mura. Hanno scardinato la grande porta di ferro e l’hanno trascinata fino all’accampamento. Ma tutto questo non gli è servito a nulla. La sete ci tortura. I due pozzi che abbiamo scavato non ci danno acqua sufficiente. Adesso, dopo la battaglia, la riserviamo ai feriti, che sono molti» (Kadarè 1993, p. 197).

Occorre considerare che un perimetro difensivo deve contenere ogni servizio e adeguate riserve materiali. Lo spazio viene quindi gestito in modo oculato, anche ricavando ambienti nel sottosuolo, non solamente per preservarli dai bombardamenti. Possiamo conseguentemente avere spazi per lo stoccaggio delle derrate alimentari, per l’alloggiamento delle truppe, le munizioni (riservette, polveriere). Vi sono sistemi che prevedono opere interne alle cinture bastionate, quindi non esclusivamente sotterranee, e altri necessariamente sotterranei.

Nel tempo gli impianti difensivi si perfezionano anche con l’impiego di vari materiali da costruzione e con l’aggiunta di contrafforti, torri, fossati e avancorpi. Lento, ma costante, il mutamento delle soluzioni difensive è in un certo senso la risultante dell’applicazione di nuove tecnologie, subordinate all’impegno economico e al tempo a disposizione per la realizzazione. Le innovazioni sono dettate anche dall’evoluzione delle tecniche belliche, i cui risultati conseguiti vanno a rendere inefficace il tipo di fortificazione in corso d’adozione. Si ricordi che nella costruzione delle opere militari non ovunque, e non allo stesso modo, si applicano gli ammodernamenti o si apprende degli insuccessi. Se così fosse stato, l’Uomo avrebbe abbandonato la cosiddetta “arte della guerra” da molto tempo, a beneficio di una cultura basata sulla pace. Machiavelli constata come i principi costruiscano le fortificazioni per avere un rifugio sicuro: «È suta consuetudine de’ principi, per potere tenere più securamente lo stato loro, edificare fortezze, che sieno la briglia et il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, et avere uno refugio securo da uno subito impeto»; ma concludendo afferma che: «io lauderò chi farà le fortezze e chi non le farà, e biasimerò qualunque, fidandosi delle fortezze, stimerà poco essere odiato da’ populi» (Machiavelli, XX, pp. 106-108).

Prima del diffuso impiego delle armi da fuoco le opere sotterranee ricavate all’interno delle mura non sono strettamente indispensabili alla difesa. Subito dopo risultano essere alla difesa stessa di una fortificazione. Nelle bastionature l’elemento difensivo di rilievo è sovente costituito dalle contromine e gli impianti di demolizione in generale. Occorre inoltre premettere che gli elementi in alzato possono venire a trovarsi, col trascorrere del tempo, al di sotto del circostante piano di campagna a seguito di parziali distruzioni e seppellimenti, anche in ragione di successive sistemazioni delle aree urbane. Valga ad esempio ricordare la quattrocentesca cortina muraria della Ghirlanda, che proteggeva il Castello di Milano lungo il lato esposto verso “la campagna”: parzialmente demolita alla fine del XIX sec., nel sottosuolo mantiene integri vari ambienti interni al muro di scarpa e al primo piano di cortina, come gallerie, corridoi e casematte.

Le opere difensive sono costruite quasi ovunque, utilizzando differenti tipologie di materiali e talvolta andando a sfruttare costruzioni già esistenti. Possono essere poste a difesa di un abitato, a controllo di un territorio, o di passaggi obbligati tanto lungo le valli quanto lungo il corso dei fiumi. Opere di fortificazione variamente strutturate difendono l’accesso ai porti e le coste sono sorvegliate da torri e forti. Nel XVII sec. La Serenissima Repubblica di Venezia fa costruire nella laguna veneta gli “ottagoni”. Si tratta di fortificazioni a pianta ottagonale, isolate nelle acque della laguna e dotate d’artiglieria, poste a controllo delle vie d’acqua come il Canale di Malamocco e il Canale Spignon (Concina 1990, p. 258). «Le mura sono in effetti un fenomeno tecnico, militare, economico, sociale, politico, giuridico, simbolico e ideologico. Esse definiscono un fuori e un dentro e delle relazioni dialettiche tra la città e i dintorni: periferia, contado, lontananze collegate da strade e dall’immaginario. Le mura sono elemento essenziale dell’ideogramma urbano» (Le Goff 1989, p. 1).

Vediamo ora brevemente lo sviluppo della fortificazione. Si potrebbe indicativamente (e arbitrariamente per certi aspetti) collocare al cosiddetto “periodo neolitico” la formazione di abitati e il sorgere delle prime cinte murarie di pietre a secco. Nuraghe sardo, castro romano, dún irlandese, broch scozzese, castelliere sloveno, kārwānsarāy persiano, covelo veneto: è possibile comporre decine di volumi sulle opere militari, o comunque difensive, antecedenti l’uso di cannoni e archibugi. Ma torniamo alla forma a noi più nota, capace di evocare poemi cavallereschi, nobili gesta e atroci vendette: il castello. Tale struttura difensiva si basa sull’opporre un ostacolo alto e apparentemente invalicabile, come il muro di cortina, all’impeto di una carica avversaria. Si combatte con armi da taglio, da botta e da lancio. Abbiamo un ampio sviluppo di armi neurobalistiche come baliste e catapulte, affiancate da mangani, trapani da muro, arieti, etc. Compaiono poi le prime bocche da fuoco, usate anche per demolire le opere murarie difensive. Hanno l’indiscusso vantaggio di avere una gittata superiore alle usuali macchine da lancio. Le torri e le cortine merlate alla guelfa o alla ghibellina divengono inadatte a sostenere le nuove tecniche ossidionali. Ogni struttura si abbassa e s’ispessisce per meglio resistere ai colpi. Si muniscono sistematicamente i fossati con muri di controscarpa e opere addizionali, ponendo così le basi per lo sviluppo della “fortificazione a fronte bastionata”, di origine italiana.

Antonio Averlino, detto il Filarete, nella seconda metà del XV secolo presenta nel trattato “Sforzinda” una cinta fortificata a pianta stellare formata dall’intersezione di due quadrati ruotati di 45°. Fino a tutto il XVI secolo l’ingegneria militare europea è sviluppata da personaggi famosi tra i quali si ricordano Francesco di Giorgio Martini, Giuliano da Sangallo, Leonardo da Vinci, Niccolò Macchiavelli, Michelangelo Buonarroti, Antonio da Sangallo il Giovane, Giulio Savorgnano, Nicolò Tartaglia. Tra questi spicca anche l’ingegno di Albrecht Dürer. Abbiamo inoltre Francesco de’ Marchi: «Nel trattato del Marchi edito nel 1599 vengono descritti un gran numero di sistemi. Vi sono delineate le opere esterne da lui chiamate pontoni, che avranno diffusione nel Sei e Settecento, quali la mezzaluna, la lunetta, la tenaglia e la controguardia» (Fara 1989, p. 159).

I progetti di fortificazioni a pianta stellare sono basati sull’applicazione di teorie matematiche, tenendo conto della gittata dei cannoni e della necessità di eliminare gli “angoli morti”, ovvero i punti dove i proiettili non arrivano. Ma uno dei sistemi portanti della difesa di una piazzaforte è l’impianto sotterraneo di contromina. Tra la fine del XVI e il XVIII secolo si dotano le fortificazioni di gallerie sotterranee con una certa sistematicità, ricavandole solitamente al di sotto del perimetro difensivo principale. In caso di assedio il loro scopo è individuare e intercettare qualsiasi lavoro di scavo avversario e interrompere la loro progressione tramite combattimento sotterraneo o distruzione del cunicolo di attacco per mezzo di una esplosione.

Le parole di Galileo Galilei aiutano a comprendere come una fortificazione vada presa, rendendo vane le difese costituite dalle cortine e dalle bastionature:

«I mezzi, con i quali s’offendono ed espugnano le fortezze, pare che siano principalmente cinque, cioè:

- la batteria, quando con l’artiglierie s’apre di lontano una muraglia, e per l’apertura si fa adito per entrare nella fortezza;

- la zappa, che si fa accostandosi alla muraglia, e con pali di ferro, con picconi, ed altri instrumenti, si rovina;

- la terza è la scalata, quando con le scale si monta sopra la muraglia;

- la quarta è la mina, la quale, per la forza del fuoco rinchiuso in una cava sotterranea, rovina in uno istante una muraglia;

- la quinta finalmente è l’assedio, quando, togliendo ai difensori ogni sorte di sussidio, si costringono per la fame a rendersi» (Pellicanò 2000, p. 100).

Durante il XVIII secolo l’esperienza bellica fa si che si consideri necessario un sistema permanente di gallerie di contromina che diviene un efficiente, sebbene costoso, strumento bellico. Le gallerie sono costruite in trincea e poi ricoperte, oppure scavate direttamente nel sottosuolo (fig. VII.26). Vengono generalmente rivestite con un paramento murario e dotate di una volta di copertura in modo da proteggerle da infiltrazioni e umidità, condizione necessaria per poter utilizzare la polvere nera.

Altri elementi che si rivelano indispensabili sono la presenza di opere casamattate, a protezione soprattutto delle artiglierie, e di gallerie di collegamento per il rapido spostamento dei soldati anche sotto il fuoco avversario. Si costruiscono inoltre strade coperte lungo il perimetro esterno, marcato dalla sistemazione degli spalti e dalle controscarpe dei fossati, in cui sempre più frequentemente vengono ricavate gallerie dotate di feritoie per tenere sotto controllo il fossato stesso. Non mancano le opere sotterranee di collegamento.

«L’architettura militare dell’età moderna nasce, indipendentemente dalla preesistenza di circuiti antichi, in riferimento a un sistema geometrico, in cui, come in un campo magnetico, ogni variazione indotta si ripercuote sul sistema; e questo sistema si rapporta a quello prospettico» (Fara 1988, p. 94). «La prima architettura fortificata alla moderna si manifesta quando l’artiglieria ha già conseguito un certo grado di sviluppo, in ritardo rispetto al Brunelleschi, nonostante una comune cultura di base» (Fara 1989, p. 81).

Una fortificazione destinata a particolari scopi è il cosiddetto castello o forte di tratta, una delle manifestazioni del colonialismo europeo. «La cronologia della costruzione dei forti e la loro dislocazione marcano le tappe dei diversi insediamenti europei. Il cambiamento delle tipologie, delle strutture difensive, prima dirette verso la terra sconosciuta e intesa come ostile, poi sempre più verso il mare, è la spia del mutamento dei rapporti con gli africani, rapporti diventati non certo più benevoli o giusti ma soltanto basati sempre sulla corruzione sotto ogni forma; e soprattutto, la spia della lotta senza esclusione di colpi tra le potenze europee» (Bassani 1990, p. 2).

Con il perfezionarsi delle artiglierie e l’impiego sistematico di mortai che lanciano anche grandi proiettili esplosivi (XVII-XVIII sec.), si sviluppano sempre più le opere esterne (rivellini, controguardie, opere a corno, opere a corona, capponiere, lunette, etc.) allargando il perimetro difensivo nell’intento di tenere il più lontano possibile le batterie avversarie dalla fortificazione principale, nonché per frangere l’impeto delle fanterie, i cui fucili divengono più precisi e di veloce caricamento. Un ottimo e quasi completamente integro esempio di fortificazione a pianta stellare, mantenuto in efficienza fino ai primi anni del XIX sec. con ampliamenti e migliorìe, è la Cittadella di Alessandria, progettata da Giuseppe Francesco Ignazio Bertola nel 1727.

In Francia abbiamo Blaise-Françoise de Pagan (1604-1665), da molti definito un geniale e innovativo ingegnere militare, dai cui studi hanno tratto spunto in molti. Sébastian Le Prestre, signore di Vauban (1633-1707), Maresciallo di Francia e ufficiale del Genio, nel suo tempo si rivela maestro nell’architettura militare e nella condotta degli assedi; i suoi trattati divengono famosi. Si ricordano inoltre Bernard Forest de Bélidor (1697-1761), Bengt Wilhelm Carlsberg (1696-1778), Marc-René de Montalembert (1714-1800) La scuola di Montalembert si impone, anche con il lavoro dei suoi successori, rappresentando un modello per l’architettura militare europea del XIX secolo (Fara 1989, p. 243-248). Menno van Coehoorn (1641-1704) imprime una svolta alla tecnica di fortificazione olandese, sfruttando al meglio le possibilità offerte dal terreno caratterizzato dalla falda d’acqua prossima alla superficie (Ponzio 1997, p. 32).

Von Clausewitz, al paragrafo “Piazzeforti” della sua opera, osserva che, fino all’epoca degli eserciti permanenti, i castelli e le città fortificate hanno assolto al principale compito di proteggere i loro abitanti e il feudatario o signorotto locale. Tale funzione delle va poi a modificarsi fino a che le fortezze assumono la funzione, se opportunamente collocate, di controllo diretto sul territorio. Poterono quindi diventare anche un “mezzo per dare alla conduzione guerra un aspetto più coordinato”. Il loro valore strategico condiziona i piani di campagna, i quali si orientano piuttosto verso la conquista di una o più piazzeforti anziché verso la distruzione delle forze nemiche. Questo compito fa, in qualche misura, perdere di vista quello originario, giungendo al concetto di fortezze prive di città e di abitanti, come, invece, lo erano i primitivi sistemi di difesa (Clausewitz, VI, X).

Con la fine del XVIII secolo si conclude il momento della fortificazione “alla moderna” a fronte bastionato. L’applicazione della canna rigata e il caricamento posteriore, l’impiego di granate ogivali con cariche di lancio più efficaci, fanno sì che nella seconda metà dell’Ottocento le artiglierie aumentino la loro gittata e divengano più precise e devastanti. Questo comporta una rapida modifica non solo del concetto di fortificazione, ma l’applicazione di nuovi sistemi difensivi, dotati ancor più di opere semisotterranee e sotterranee per proteggere le artiglierie, i soldati di guarnigione e i servizi logistici. La difesa si struttura con la costruzione di “cinture” di forti al cui centro rimane la piazzaforte principale o “corpo di piazza”. Si fa uso sempre maggiore di casematte corazzate, torrette e cupole girevoli in acciaio (anche a scomparsa), nonché lo sviluppo di “opere in caverna”, ovvero scavate nella roccia. Campi trincerati, piazze a forti staccati, con forti corazzati e difese campali permanenti, si sviluppano rapidamente sul continente europeo. Nella seconda metà del XIX sec. il maggiore William Palliser progetta un proietto, la cui punta conica in ferro risulta particolarmente dura a seguito di determinati procedimenti, in grado di perforare le corazzature. Col medesimo sistema il metallurgista Hermann Gruson von Magdeburg-Buckau capisce che si possono ottenere lastre di ferro idonee alle corazzature e decisamente resistenti. Successivamente l’ingegnere belga Henri-Alexis Brialmont (1821-1903) idea alcuni sistemi di fortificazione che porteranno il suo nome: “alla Brialmont”.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale la fortificazione è costituita da ridotte, forti, sbarramenti stradali, piazzeforti, con qualche zona organizzata a campo trincerato, altre a fronte bastionato. I risultati ottenuti con le “fortificazioni permanenti” rimangono inferiori al previsto e le moderne artiglierie in grado di demolirle. Assume invece importanza la fortificazione campale, perché più efficace ed elastica. In un primo tempo essa consiste in una linea di centri di resistenza collegati da trincee protette da reticolati di filo di ferro spinato. Negli anni 1917-1918 la fortificazione si orienta verso l’organizzazione di posti di vedetta e di ascolto distribuiti lungo il fronte e collegati con la retrostante linea di resistenza priva di ricoveri. Dietro ad essa si costruiscono varie linee di trincee profonde, con ricoveri a prova di bomba e posti di comando anche in casamatta. Lungo il fronte montano si fa largo uso di ricoveri e postazioni scavate nella roccia, sfruttando anche le cavità naturali.

L’esperienza della Prima Guerra Mondiale, lo sviluppo balistico delle artiglierie pesanti, l’affermarsi dell’aviazione come arma offensiva e l’impiego dei mezzi cingolati, determinano la quasi totale assenza di ogni architettura elevata e chiaramente individuabile al di sopra del terreno. Le opere di difesa sono ricavate nel sottosuolo e le parti emergenti interrate e protette esternamente da ostacoli anticarro (fossati e “denti” di cemento), campi minati e difese leggere per le fanterie. Si vengono così a sviluppare campi trincerati, forti corazzati, ma soprattutto “linee difensive” con opere avanzate di primo arresto (posti di osservazione, reticolati, ostacoli anticarro) e opere arretrate di resistenza a oltranza (artiglierie, mitragliatrici e armi controcarro), anche appoggiate da sistemi di casematte, variamente articolate nel sottosuolo.

Tra le due guerre mondiali in Italia si appronta il Vallo Alpino del Littorio, che con varie opere prevalentemente leggere e medio-leggere (mitragliatrici e cannoni da 47 e 75 mm) abbraccia tutto l’arco montuoso delle Alpi: da Ventimiglia fino a Fiume, tralasciando la parte lungo il confine elvetico già protetta dalla Linea Cadorna. Molte si trovano oggi in territorio francese e sloveno. Anche le altre nazioni europee ed extraeuropee si dotano di opere permanenti, la cui più nota è la Linea Maginot in Francia.

La Seconda Guerra Mondiale vede ancora una volta la scarsa efficacia delle nuove fortificazioni permanenti e l’impiego massiccio delle forze aeree ne limita ulteriormente la potenza teorica. La fortificazione d’arresto più nota è il Vallo Atlantico, la cui parte principale è costruita lungo il tratto di costa francese più prossimo alle coste inglesi. Abbiamo inoltre la Linea Sigfrido (Westwall), la Linea Stalin, la Linea Cecoslovacca, la Linea Gotica, etc. Si vengono a sviluppare una vasta serie di impianti sotterranei soprattutto a protezione degli apparati di produzione bellica. Trovano largo ed efficace impiego le opere scavate nei rilievi montuosi, che ben proteggono uomini e mezzi.

I successivi avvenimenti confermano il permanere dell’interesse nei confronti delle fortificazioni campali e dei semplici ricoveri sotterranei. Si realizzano rifugi, fortificazioni sotterranee e impianti missilistici in silos sotterranei in funzione antinucleare, oltre che antichimica e antibatterica. In Italia, nel dopoguerra, si riconsiderano alcune fortificazioni poste sul confine austriaco, anche facenti parte del Vallo Alpino, e se ne costruiscono di nuove, a sbarramento di una ipotetica invasione sovietica. In Friuli-Venezia Giulia viene approntata una linea difensiva lungo il corso del fiume Tagliamento fino al mare, seguita da una seconda a ridosso del confine con quella che era la Jugoslavia (oggi Slovenia), e lungo il corso del fiume Isonzo. Si hanno fortificazioni sotterranee e semisotterranee, postazioni in calcestruzzo con semicalotta d’acciaio e blindamenti per le bocche da fuoco, opere per armi leggere e posti d’osservazione. Per accelerare la costituzione delle difese si fa ricorso anche a «scafi di carro Sherman annegati in vasche di cemento e a cupole corazzate di risulta» (Cappellano 2003, p. 5). Vengono impiegate anche torrette di carro armato enucleate private dell’armamento principale e utilizzate per un’arma automatica. Quasi tutte le opere sono oggi in disuso.

La presenza francese in Tunisia lascia a Biserta un gran numero di fortificazioni. Le installazioni militari possono essere suddivise in tre periodi: dal 1881 al 1918, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali e dal 1943 al 1963 (Moulins 2005). In Indocina, durante la guerra franco-vietnamita, si utilizzano forti e campi trincerati. Dien Bien Phu, perno della difesa francese, cade dopo un lungo assedio. Estesi trinceramenti caratterizzano le ultime fasi della guerra in Corea. Nella guerra del Vietnam gli americani impiegano lo schema delle “basi di fuoco”: serie di postazioni per armi leggere e pesanti racchiuse in un perimetro di reticolati in filo spinato. Vietminh e Vietcong scavano estesi sistemi sotterranei da utilizzarsi come ricoveri, depositi, ospedali e sfuggire all’osservazione e ai bombardamenti.

1 - Bastione

Opera fortificata costituita da un terrapieno contenuto entro un perimetro poligonale di spesse muraglie di sostegno, detto anche baluardo.

Nel sistema difensivo il bastione si costruisce a difesa e a rinforzo delle cortine, in corrispondenza degli angoli, oppure a rinforzo di tratti rettilinei, come nelle mura di Lucca. Usualmente a forma pentagonale, presenta quattro lati esterni: due facce a saliente e due fianchi che lo collegano alle cortine. Il mezzo bastione ha invece un solo fianco, una faccia e un secondo fianco sulla linea capitale. Il profilo della parete esterna è costituito da due parti, l’inferiore a scarpata e la superiore verticale, separate da un grosso toro (o cordonatura) orizzontale. L’apparato difensivo del bastione è completato dalle strutture di riparo alla sommità delle mura, dette merloni, attraverso cui i cannoni possono sparare. I suoi fianchi sono di solito rientranti, con angoli arrotondati (orecchioni o musoni a seconda della loro forma), in cui vengono alloggiate le artiglierie per il controllo degli spazi antistanti le cortine. Tali batterie possono essere disposte su più piani, sovrapposte, a scalare e alloggiate in casamatta, in barbetta, assumendo differenti denominazioni a seconda della collocazione.

I primi esempi di bastione appaiono in Italia alla fine del XV secolo, ma l’impiego diviene sistematico nel successivo, rimanendo efficace e in uso fino a tutto il XVIII secolo, seppure con accorgimenti e modifiche intese a migliorarne la capacità difensiva. Con l’avvento di armi da fuoco più potenti, entrate in uso nel XIX secolo, viene gradatamente sostituito da sistemi diversi.

Vari ambienti trovano spazio all’interno o inferiormente ai bastioni. Si possono avere corridoi di collegamento e di servizio alle postazioni d’artiglieria, come in quelli presenti nelle bastionature di Grosseto o nella cittadella eretta sul colle Astagno di Ancona, i cui lavori sono diretti fino al 1534 da Antonio da Sangallo il Giovane. Non mancano esempi di bastioni da cui si accede a sistemi di contr

Sortita: cunicolo o piccola galleria che dà accesso al fossato, per sorprendere lateralmente un eventuale avversario. Generalmente vi si accede dall’interno del bastione, come nella cinta veneziana di Bergamo.

2 - Batteria

Nelle fortificazioni è la parte dell’opera destinata a ricevere le artiglierie della difesa.

Con il termine di batteria si indica quella postazione fissa terrapienata o in cemento armato che ospita delle artiglierie, fisse o campali. In questo specifico caso si considerano le batterie non facenti parte integrante di un forte, ma di una cintura difensiva, di un vallo, di un sistema di difesa in generale. Le batterie assumono il nome della specialità a cui appartengono, come batteria da montagna, batteria contraerea, etc.

Se per lungo tempo in Inghilterra prevale la consapevolezza che la difesa delle coste può essere garantita dalla Royal Navi, lo sviluppo della marina da guerra, soprattutto da parte della Francia, induce a varare nella seconda metà del XIX sec. un programma di fortificazioni costiere. Per quanto concerne le batterie costiere italiane del XX sec., queste erano generalmente costituite da quattro cannoni dello stesso calibro, ancorati a piazzole seminterrate in calcestruzzo mediante un affusto in acciaio con sistema di rotazione meccanico. Ogni piazzola era dotata di riservette munizioni. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, il munizionamento di riserva delle batterie costiere di Piombino (Livorno) era collocato nei depositi della Batteria “G. Sommi Picenardi” di Punta Falcone: nella polveriera sotterranea erano custodite le cariche di lancio, mentre nel magazzino d’artiglieria, struttura esterna e mimetizzata in legno e lamiera, vi erano i proiettili (Dondoli 1997, p. 47).

Nel 1941 i tre cannoni da 40.6 cm SCK/34, che armano la batteria “Grossdeutschland” nel settore di Danzica, sono smontati e trasferiti a Noires-Mottes, nei pressi di Calais, a rinforzo dell’Atlantikwall. Per ospitare i tre grandi pezzi d’artiglieria si costruiscono apposite casematte. L’organizzazione di ogni singola casamatta era la seguente: «Chaque casemate d’artillerie, mesurant 50 mètres de longueur, 30 mètres de largeur et 17 metres de hauteur pour une masse de 17.000 m³, est organisée sur le même modèle de plan type S 262, dont le programme de construction est instauré à la fin de l’année 41. Elles comportent chacune trois niveaux inférieur, un niveau intermédiaire et un niveau supérieur. Dans ce dernier se trouvent situées les différentes entrées possibles, l’une mixte matériel et hommes et l’autre pour le personnel» (Chazette 2001, p. 21). Il tutto è racchiuso all’interno di un campo trincerato, con fossi anticarro, opere difensive accessorie e servizi in casamatta. Il complesso è inaugurato il 19 settembre 1942 con il nome di “Batteria Lindemann”, in onore del defunto Kapitän zur See Ernst Lindemann, comandante della corazzata Bismarck. Numerose altre batterie costituivano l’Atlantikwall, tra cui si possono ricordare la“Oldenburg” ad est di Calais e la batteria “Siegfried”, poi denominata “Todt”, oggi trasformata in museo (Charzette 2004 a, pp. 20-22). Per le difese vengono utilizzate anche batterie pesanti su carri ferroviari, come nell’esempio della batteria E.722, a Cherbourg, completata da due cannoni da 28 cm Kurze Bruno Kanone (Chazette 2004 b, pp. 22-23).

3 - Castello

Edificio fortificato d’età medievale, generalmente cinto da mura con torri e variamente articolato, serviva come dimora e difesa di ricchi o nobili proprietari, o come punto di controllo del territorio.

Il castello, costruito in elevato, può conservare al suo interno strutture sotterranee come pozzi, cisterne, magazzini e vie di collegamento. In alcuni casi, soprattutto se situato in altura, può ricavare le proprie difese perimetrali direttamente nelle pareti rocciose. In Sicilia abbiamo il castello rupestre di Sperlinga (Enna). Costruito su di uno sperone di arenaria, sui resti di precedenti insediamenti rupestri che potrebbero risalire al XII-VIII sec.a.C., il castello è menzionato per la prima volta nell’XI sec. Conserva vari ambienti scavati nella roccia e a sud vi è il borgo rupestre.

Ricetto: struttura tipicamente medievale costituita da una cinta muraria dotata di torri a protezione di case, stalle e magazzini entro cui si ricoverano gli abitanti della campagna circostante in caso di pericolo. In Piemonte si è ben conservato il ricetto di Candelo (Biella).

Rocca: fortezza costruita in un luogo elevato, generalmente più contenuta ma più massiccia del tipico castello. Si afferma nel periodo rinascimentale.

«Parzival allora riprese il cammino e di buona lena si mise a trottare per la strada giusta fino al fossato. Qui il ponte era rialzato e il castello, di costruzione sicura e possente, s’ergeva diritto come fosse tornito. Solo il vento o uno che volasse avrebbe potuto arrivare là dentro, ma nessuno fargli danno da terra in assalto. Torri e alte sale in gran numero si ergevano là con fortificazioni meravigliose. Anche se tutti gli eserciti della terra l’avessero cinto d’assedio, quelli di dentro non avrebber dato in trent’anni, un solo pane, per esserne sciolti» (Eschenbach, V, 226).

4 - Capponiera

Opera addizionale di fortificazione caratteristica delle opere bastionate, destinata al fiancheggiamento dei fossati; può avere posizioni diverse rispetto alla scarpa del fosso e assumere le forme più svariate.

Solitamente si tratta di una postazione a cielo aperto protetta (detta anche capannato). In vari casi, e soprattutto con l’evolversi dei sistemi offensivi e difensivi, diviene una vera e propria casamatta. Destinata generalmente ai soli fucilieri, serve a battere con il fuoco d’infilata il piano del fossato, oppure a difendere il muro di cortina anche in assenza del fosso. Può essere collegata ad altre opere tramite gallerie sotterranee.

Agli inizi del XIX secolo i Prussiani mettono a punto una serie di opere dove le capponiere rivestono un ruolo particolare nella difesa di forti e di piazzeforti. Nel forte della città di Poznan (Polonia), iniziato a costruire nel 1828 secondo il “sistema prussiano”, gli alloggiamenti e i magazzini sono sistemati in casematte protette da uno spesso strato di terra. La controscarpa del fossato è dotata di una galleria da cui si diramano le opere sotterranee di contromina, collegata inoltre alle capponiere da passaggi sempre sotterranei (Hogg 1982, pp. 139-142).

5 - Casamatta

Opera difensiva fissa, costruita inizialmente alla base della scarpa esterna per la difesa del fossato, poi all’interno della bastionata per contenere le bocche da fuoco; il termine viene esteso a indicare qualsiasi fortificazione ospitante all'interno le armi da fuoco. In epoca moderna è l’alloggiamento, in genere corazzato, di un cannone: casematte a cupole metalliche girevoli costituiscono la base dei forti moderni.

Uno dei requisiti che una fortificazione deve possedere è la capacità di permettere alla guarnigione di combattere il più possibile protetta e, in particolare, le artiglierie vanno salvaguardate dal fuoco di controbatteria avversario. Durante il XVII e XVIII secolo l’utilizzo dei mortai e delle nuove tecniche di bombardamento “a richochet” (a rimbalzo), sperimentate per la prima volta dal Vauban nell’assedio della città di Ath in Belgio (XVIII sec.), fanno sentire ancor più la necessità di dotare le opere difensive di locali a prova di bomba, ossia impenetrabili ai colpi dell’artiglieria assediante. Dietro i muri di cortina e in alcuni casi sopra i baluardi (come visibile presso la Cittadella di Alessandria) si realizzano vasti ambienti muniti di aperture che consento il tiro verso l’esterno e in grado di ospitare i cannoni e i serventi.

Successivamente si definisce casamatta qualsiasi opera costruita a prova di bomba, anche con sole feritoie per armi leggere, o destinata ad alloggio o magazzino. In epoca moderna la varietà delle “casematte” è assai articolata e comprende numerosi tipi di fortificazione, costruite quasi ovunque e in ogni continente. Abbiamo casematte che alloggiano cannoni a lunga gittata, cannoni anticarro, obici, mitragliatrici. Esse sono dislocate, ad esempio, a controllo di passi montani, di ponti, di gallerie stradali, di caserme e di depositi di munizioni. Possono fare parte di sbarramenti stradali, di campi trincerati, di forti di fondovalle, di difese costiere, di linee difensive in generale.

Blocco: è il termine adottato nel 1929 (a cui corrisponde il temine italiano malloppo) per indicare, nelle opere francesi Maginot, una casamatta isolata oppure più casematte raggruppate in un unico edificio fortificato (Gariglio, Minola 1994, p. 276).

Blockhaus: è il termine tedesco che indica casa, costruzione di tronchi. Per estensione, viene dato a un’opera difensiva, originariamente di tronchi d’albero, circondata da un modesto fossato o da difese accessorie, destinate a riparare un piccolo presidio: i primi esempi risalgono alla guerra d’indipendenza americana (1778). Dall’Ottocento si utilizza per indicare un corpo di guardia, oppure una generica opera casamattata.

Bunker: è un altro termine tedesco ad indicare una casamatta di cemento armato. Si tratta in generale di un rifugio corazzato completamente sotterraneo, con una o almeno due accessi comunicanti con l’esterno o con opere adiacenti. È anche sinonimo di fortino in cemento armato, generalmente semisotterraneo, o con locali sottostanti alla parte fuori terra. Si può presentare a pianta circolare, con volta arrotondata o piatta e munito di feritoie orizzontali per armi da fuoco (fig. VII.27).

Malloppo: è generalmente la postazione di combattimento a vista, dotata di feritoia, di una batteria in caverna o casamattata, d’epoca moderna e successiva alla Grande Guerra. Vari sono gli esempi presenti nel Vallo Alpino, opera difensiva italiana costruita nell’arco temporale tra le due guerre mondiali. I malloppi potevano essere collegati con altre parti dell’opera con cunicoli e/o rampe di scale.

Opera tipo 7000: detta anche “opera Pariani” dal nome del generale italiano che nel 1938 ne auspicò la realizzazione, è una casamatta costituita da un unico blocco di calcestruzzo. Progettata per resistere ai piccoli e medi calibri, era armata con una o due mitragliatrici e talvolta con cannoni anticarro da 47/32, posizionati dietro scudatura metallica annegata nel calcestruzzo (Gariglio, Minola 1994, p. 24).

Tobruk e Ringstände : opere casamattate di ridotte dimensioni. «Depuis les combats de Tobrouk qui se sont déroulés en Afrique du Nord en novembre 1942 et au cours desquels les forces de l’Axe encerclées durent s’enterrer dans la sable pour ne laisser apparaître que leurs tourelles défilées, le nom de Tobrouk va s’attribuer à un petit ouvrage bétonné enfoui dans le sol. Ce dernier, plus communément appelé Ringstände, est issu du programme des fortifications de campagne renforcées, donc bétonnés, codé dans la terminologie allemande Vf pour Verstarktfeldmässig.» (Chazette 2004 c, p. 1). Un modello comune e d’impiego versatile è la Ringstände standard modello Vf 58, dal cui pozzetto poteva sparare un soldato armato di mitragliatrice leggera, oppure poteva spuntare un binocolo da osservazione, o un segnalatore ottico: «Doté d’un orifice de 80 cm de diamètre, il présente les caractéristiques suivantes: une fouille de 58 m³ et une grosse masse de béton de 11,5 m³ armée de 750 kg de tores en acier. Sa hauteur est de 2,75 m, pour une largeur de 2,36 m et une longueur de 3,79 mètres» (Chazette 2004, pp. 1-7). Altri tipi di Ringstände potevano ospitare un mortaio (Vf 69), oppure un cannone come, ad esempio, la Vf 600v o la Vf 221. Alcune erano predisposte per pezzi antiaerei, per lanciafiamme o su cui erano montate le torrette di carri armati, come le Vf 236, Vf 237, etc., derivate dalle Vf 67.

«Il Bunker è istintivamente il bubbone terrificante della guerra che agghiaccia ancora le nostre memorie e di cui vogliamo liberarci. Ma cercare di dimenticare, distruggendo ancora, è proprio la strada giusta? Nell’ultimo decennio, soprattutto ad opera dell’urbanista Paul Virilio, teorico della “funzione obliqua”, studioso di problemi di incidenza dello spazio militare sull’assetto territoriale, si assiste ad una lenta presa di coscienza a favore dei problemi di testimonianza globale offerti dalle opere di fortificazione della seconda guerra mondiale» (Uggeri 1976, pp. 261-263). Negli anni Settanta del XX sec. Virilio organizza a Parigi la mostra “Bunker Archéologie” al Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou.

6 - Cofano

Opera militare di difesa costruita nei fossati e munita di feritoie per armi di vario tipo.

Nelle fortificazioni del XIX e XX secolo è un’opera casamattata sporgente trasversalmente nel fossato e dotata di postazioni per fucili, o anche mitragliatrici e cannoni a tiro rapido. Serve alla protezione (fiancheggiamento) del fianco del forte o dell’opera fortificata in generale, sviluppando un fuoco radente a spazzare il fossato. A seconda della posizione assume una denominazione specifica:

Cofano di gola: serve alla protezione della parte retrostante di un’opera fortificata (gola) rivolto verso l’interno della piazza fortificata. Oppure esterno ed opposto alla supposta direttrice d’attacco avversaria (fronte di gola).

Cofano di controscarpa: è destinato alla difesa del fossato, anche ricavato nei salienti del muro di controscarpa. È collegato con camminamenti protetti o coperti alla galleria di controscarpa.

7 - Contromina

Galleria o cunicolo destinati ad intercettare e distruggere la mina avversaria, in alcuni casi utilizzati contro postazioni d’assedio o truppe avversarie.

Sin dall’antichità è la principale contromisura alla mina. Si tratta di una galleria o di un semplice cunicolo scavato in direzione dell’analogo scavo avversario, allo scopo di intercettarlo, occuparlo e quindi distruggerlo, generalmente incendiandone la struttura lignea di sostegno. Vitruvio scrive che l’architetto Tifone di Alessandria, durante l’assedio di Apollonia, fece scavare dall’interno delle mura della città varie gallerie che uscissero al di sotto e oltre di esse per una lunghezza pari a un tiro di freccia, nell’intento (poi riuscito) d’intercettare la galleria con la quale gli assedianti intendevano superare le difese e conquistare la città (Vitruvio, X, 10).

Tra il 1564 e il 1570 Galeazzo Alessi sottolinea l’importanza delle contromine nel suo “Libro di Fortificatione in modo di Compendio”: «Il Castriotto uuole che le contramine p[er] la importanza loro, si faccino ne luoghi asciutti, a tutti i corpi de Baloardi, Cau[alie]ri e Piatteforme: et il Maggi approua tanto q[esta] opinione che dice essere necessarie ancora ne luoghi di acqua, p[er]chè dice ancor quelli potersi minare se ben hoggi li moderni, come il Cau[alie]re Paciotto no[n] le usa più solo p[er] fuggire la spesa et p[er] il tempo, che mi corre nel farla» (Coppa 1999, p. 76). L’assedio della fortezza di Famagosta (Cipro), conclusosi con la resa ai Turchi del presidio veneziano (1571), è caratterizzato da un’intensa applicazione di mine e di contromine. Dopo tale episodio, alle forze militari europee appare quindi chiaro come occorra munire le proprie opere difensive di gallerie di contromina, per non dovervi provvedere nell’eventuale corso di un assedio.

Tra la fine del XVI e il XVII secolo si dotano le fortificazioni di gallerie sotterranee con una certa sistematicità, ricavandole solitamente al di sotto del perimetro difensivo principale. In caso di assedio, il loro scopo è individuare e intercettare qualsiasi lavoro di scavo avversario e interrompere la loro progressione tramite combattimento sotterraneo o distruzione del cunicolo di attacco per mezzo di una esplosione. Durante il XVIII secolo l’esperienza bellica fa si che si consideri necessaria, per una vantaggiosa e durevole difesa di una fortificazione, la presenza, al di sotto e soprattutto attorno a questa, di un sistema permanente di gallerie di contromina che diviene un efficiente, sebbene costoso, strumento bellico.

Sulla pericolosità di un eventuale attacco di mina così ci dice l’ingegnere Giuseppe Formenti (manoscritto n. 5524 della Biblioteca Nazionale di Vienna) a proposito della fortezza di Milazzo, in Sicilia: «La ciudad baxa merece toda reflexion porque una vez perdida, se hallaria la ciudad cerrada y el cabo en mucho aprieto: porque por la demasiada altura de las murallas y cercania de las casas hasta el pie de ellas, quedaria el enemigo cubierto y no obstante ser el sitio de peña fuerte, podria obrar con hornillos en las murallas, donde no estan contraminadas a demans que no tendria la ciudad cerrada ni el castillo por donde ser socorridos» (Formenti 1705).

Le gallerie sono costruite in trincea e poi ricoperte, oppure scavate direttamente nel sottosuolo; vengono generalmente rivestite con un paramento murario e dotate di una volta di copertura in modo da proteggerle da infiltrazioni e umidità, condizione necessaria per poter utilizzare la polvere nera.

Galleria magistrale o galleria di controscarpa: è una galleria alta circa 1.80 m e larga circa un metro, base della maggior parte dei sistemi di contromina. Essa si snoda attorno alla fortezza, ricalcandone la pianta al di sotto della cinta magistrale del corpo di piazza, oppure immediatamente al di là del muro di controscarpa del fossato principale (soluzione poi largamente adottata). Dal piano del fossato è quindi possibile accedere in questo sistema sotterraneo, proseguendo nelle gallerie capitali, opere perpendicolari al perimetro delle fortificazioni che si sviluppano oltre lo stesso. Talvolta dal corpo di piazza vi sono gallerie che, passando al di sotto del fossato, si connettono all’impianto sotterraneo esterno. Dalle gallerie capitali si staccano i cunicoli di mina o rami di mina, alti mediamente 1.2 - 1.7 m e larghi 0.7 - 1 m, caratterizzati da tracciati ad angolo retto allo scopo di contenere le onde d’urto provocate dall’esplosione della mina. Tali opere si concludono nei fornelli di mina, piccole camere dove viene collocato l’esplosivo (mina). La disposizione di queste difese sotterranee intende anticipare il più possibile eventuali approcci avversari alle difese esterne e al corpo di piazza.

Le misure delle gallerie capitali, magistrali e dei cunicoli di mina sono simili in tutta Europa, per quanto ne siano realizzati anche di più piccoli, come presso la fortezza di Verrua Savoia, in Piemonte (Padovan D., Padovan G. Bordignon, Ottino 1997, pp. 187-208). Tale uniformità è da ricercare nella circolazione di esperienze belliche e dalla fruizione di trattati sulla guerra sotterranea negli ambienti militari (Amoretti 1965, pp. 39-52. Duffy 1996, pp. 82-83).

Gli impianti sono ricavati a una profondità di circa 3-4 m, ma in taluni casi possono scendere anche a 10-15 m, e avere uno sviluppo di svariati chilometri. Sono generalmente dotati di pozzi di ventilazione o di tubature per assicurare la ventilazione. Qualora i sistemi non garantiscano un sufficiente ricambio d’aria si ricorre al metodo di insufflare aria tramite tubi di latta o di legno azionando mantici da fucina. I pozzi possono servire anche per il rifornimento dei presidi in superficie e come collegamento verbale per coordinare l’azione delle mine con quanto avviene nel campo dell’assediante. All’interno dei cunicoli esistono anche pozzi di drenaggio per la raccolta delle possibili infiltrazioni d’acqua. (Amoretti 1965, pp. 57-102). La mina sotterranea è chiamata nel gergo dei minatori francesi “camouflet”.

Fornello di mina: camera in muratura o scavo che contiene l’esplosivo da fare brillare. È utilizzato per molteplici scopi:

- eliminare la mina avversaria provocando il crollo della stessa tramite l’esplosione di una carica sotterranea;

- distruggere le opere d’assedio avversarie provocando una deflagrazione che, fatta sfogare verso l’alto grazie all’intasamento del cunicolo di accesso con masse di terra, apre un cratere sulla superficie;

- distruggere le opere della propria fortezza assediata, oramai definitivamente occupate dall’avversario (cunicolo o galleria di demolizione).

Nel corso dell’assedio francese del 1706 il sistema di contromina della cittadella di Torino è articolato in “gallerie basse” poste a circa 14 m di profondità e “gallerie alte”, a circa 6 m di profondità:

- dall’interno della Cittadella e più precisamente dal centro dei tre bastioni rivolti verso l’esterno della città e dalle due cortine (tra questi comprese) si staccano per ognuna, verso l’esterno, le “gallerie capitali basse”, le quali si spingono fin’oltre le difese più esterne e sono dotate di vari rami di mina;

- a ridosso del primo spalto che segue il profilo del muro di controscarpa si sviluppa la “galleria magistrale”, da cui si staccano numerosissimi rami di mina;

- all’incontro dei due sistemi vi sono cinque scale di comunicazione, una di queste fatta saltare dal minatore Pietro Micca (chiamato “Passapertutt”) per bloccare un’irruzione di soldati francesi, introdottisi nell’accesso della capitale alta della Mezzaluna (Amoretti 1996).

8 - Cunicolo di demolizione

Opera sotterranea o ricavata all’interno delle difese nel momento in cui risultino indifendibili.

Nelle fortificazioni bastionate il cunicolo di demolizione si ricava al disotto di opere accessorie, come tenaglie, controguardie e rivellini. Può fare parte di un sistema costituito da una galleria principale che consente il rapido accesso ai cunicoli di demolizione dotati di fornelli. Come già detto, la sua funzione è di rendere inservibile quanto divenuto indifendibile.

Fogata: del tutto simile alla contromina, si distingue per la ridotta profondità. Viene posta al di sotto dello spalto in traverse e lunette, a non più di 4 m di profondità dal piano di campagna; è concepita per brillare davanti alla fanteria avversaria avanzante. In opere del XIX e XX sec. può fare parte di sistemi destinati alla demolizione di viabilità pedonali, stradali e ferroviarie.

9 - Cupola

Specie di casamatta corazzata, anche ruotante sul proprio asse, generalmente a forma emisferica.

Detta anche torretta, la cupola è metallica e viene armata con una bocca da fuoco, che può essere di obice o cannone, oppure ospitare mitragliatrici, o fotoelettriche. Oppure essere destinata ad osservatorio corazzato per dirigere il tiro d’artiglieria. La forma più comune è quella semisferica, seppure ve ne siano di svariate, a seconda della funzione. In alcuni casi l’elemento è “a scomparsa”, ovvero è dotato di sistemi atti a ritirarlo all’interno della casamatta, evitandone l’esposizione all’avvistamento e al tiro avversario. Generalmente costituisce l’elemento attivo principale dei forti moderni. Isolata, o collegata ad strutture difensive, è parte integrante di una difesa fissa come un “vallo”, un “centro di fuoco”, uno “sbarramento”, etc.

10 - Forte

Opera difensiva, di limitate dimensioni, racchiudente nel suo interno solo costruzioni militari.

Il forte è una costruzione che può essere isolata, ed è adibito alla sorveglianza e alla difesa di una località o di un passaggio obbligato. Oppure può fare parte di un campo trincerato o di una regione fortificata. Spesso, cessata la necessità di una funzione difensiva, l’opera può essere destinata ad altri usi, come ad esempio deposito, polveriera o luogo di detenzione. In Italia il forte del XX secolo è detto anche batteria corazzata, forte corazzato oppure semplicemente opera.

Fortificazione bastionata di collina, il Forte di Fuentes è il più grande del suo genere in Lombardia ed è stato costruito ai primi del XVII sec. a difesa dei territori nord del Ducato di Milano, per volere del governatore Don Pedro Enriquez Azevedo conte di Fuentes. Bloccava le incursioni dei Grigioni dalla Valtellina, nonché possibili attacchi francesi e veneziani (Giussani 1903. Padovan 1997). Costruito in pietra locale, conserva leggibile il perimetro difensivo tra cui la tenaglia entro cui è incassata una delle porte. Tra i forti bastionati meglio conservati della Gran Bretagna vi è Fort George a Inverness, in Scozia. Espressione della scuola di Vauban, l’opera è costruita da William Skinner tra il 1747 e il 1769 all’estremità di una piccola penisola.

Tra la fine del XIX sec. e gli inizi del successivo numerose opere di fortificazione vengono costruite sul confine italo-austriaco ed entrambe le nazioni adottano la batteria corazzata come fulcro del sistema difensivo, pur con differenti soluzioni. Il forte italiano di questo periodo è sempre casamattato. È costituito da un banco di calcestruzzo a prova di bomba, a pianta rettangolare, di 10-15 m di larghezza e 60-80 di lunghezza. Il complesso, solitamente articolato su due livelli, generalmente si appoggia ad un banco roccioso precedentemente scavato. Sulla copertura defilata e livellata rispetto al terreno adiacente, emergono solo le cupole metalliche coprenti le installazioni a pozzo. L’armamento é solitamente costituito da 4 o da 6 cannoni di medio calibro disposti su un’unica linea parallela all’asse maggiore della batteria. Le armi sono installate su affusti girevoli, con copertura a cupola d’acciaio in grado di ruotare di 360° solidamente all’affusto stesso (Minola, Ronco 1998, p. 69. Girotto 2002, pp. 127-128). I forti sono dotati di postazioni per le mitragliatrici e circondati da fossati e reticolati.

La Prima Guerra Mondiale vede un largo impiego di batterie corazzate. In epoca moderna è per lo più una costruzione in mattoni, pietra, piastre corazzate e nei modelli più recenti in calcestruzzo e poi in cemento armato, generalmente interrata e dove le artiglierie sono poste sotto cupole corazzate che possono anche essere a scomparsa o più comunemente girevoli. L’unica batteria corazzata italiana rimasta integra e completa dell’armamento pesante è il Forte Lusardi (Lecco). Detto anche “Forte di Montecchio Nord”, fa parte della Linea Cadorna e i lavori per il suo apprestamento cominciano nel 1911; nel 1916 vengono apportate alcune migliorìe. È armato con quattro cannoni da 149/35 posti sotto cupole girevoli (installazione “S”, Schneider) (Flocchini 1994, p. 48); è provvisto di depositi sotterranei per le munizioni e cisterne per la conserva dell’acqua (figg. VII.28 e VII.29). Tutti gli altri forti sono stati o distrutti nel corso dell’evento bellico, come l’austriaco Forte Tre Sassi posto a controllo della Val Parola (Alto Adige), oppure demoliti per il recupero del metallo o semplicemente privati delle artiglierie.

Agli inizi del XX secolo anche la Svizzera è difesa da varie fortificazioni. Si hanno lo Sbarramento di Saint Maurice (Vallese) con il Forte Savatan, il forte Dailly e la Batteria du Sex con otto cannoni di piccolo calibro in caverna, mentre lo Sbarramento di Gondo (Sempione) è composto dal Forte di Gondo, la Batteria di Figenen, piccoli blockhäuser e ricoveri. Vi sono inoltre il Campo Trincerato del San Gottardo, il Ridotto centrale di Andermatt e il Campo Trincerato di Bellinzona. Tutti i sistemi sono dotati di forti, batterie e appostamenti (Ascoli, Russo 1999, pp. 211-213).

Un proverbio russo diceva: «Chi tiene Przemyśl tiene la Galizia». Il nome significa “industria” e Przemyśl divenne il punto principale della difesa austriaca in Galizia, tanto da essere considerata una delle più imponenti fortificazione d’Europa. La città fortificata viene protetta esternamente da un anello di 48 chilometri con diciannove forti e ventitrè ridotte. I forti sono strutturati secondo il “sistema Brialmont”, con articolati impianti sotterranei. Nel corso della Prima Guerra Mondiale è stretta d’assedio dai Russi e capitola il 22 marzo 1915, per mancanza di viveri (Hogg 1982, pp. 195-196).

Tra il 1932 e il 1935 si costruisce in Belgio il forte di Eben-Emael, a nord di Liegi e in prossimità della frontiera olandese. Il forte controllava il Canale Alberto, il fiume Mosa, le strade che da Maastricht portavano ad ovest e i ponti che attraversavano il canale stesso. Considerato inespugnabile, anche per via del Canale Alberto che funge da gigantesco fossato, è dotato di batterie in casamatta e in cupole d’acciaio tra cui due a scomparsa, difese antiaeree, un anello difensivo di fortini e casematte, nonché cupole finte per ingannare gli avversari; inoltre sono installati sistemi anti-gas. È conquistato in poche ore il 10 maggio 1940, da paracadutisti tedeschi del gruppo d’assalto Granito, giunti all’interno del forte con alianti d’assalto del tipo DFS 230 (Setti 2004, pp. 96-129).

Il complesso fortificato di Boden, sul fiume Lule in Svezia, costituisce un esempio di campo trincerato composto da una corona di forti corazzati e batterie, collegati con le opere difensive avanzate in casamatta e i trinceramenti per la fanteria. I lavori sono iniziati nei primi anni del XX sec. e alcune strutture sono rimaste in uso fino a tempi recenti. Nel 1998 il complesso di Boden è stato inserito nella lista dei Beni Culturali da preservare. Il forte di Rödberget è stato quindi aperto al pubblico e nelle immediate vicinanze si è costruito un centro di accoglienza. Per quanto riguarda il forte di Mjösjöberget: «la maggior parte di ciò che rimane del suo corredo sarà lasciato in sito e il forte verrà sigillato, nell’attesa di essere esplorato, in un prossimo futuro, da archeologi esperti in architettura militare» (Kartaschew 2002, p. 16).

Fortezza: opera di fortificazione, con semplice cinta continua, dotata di opere addizionali aderenti o staccate; talora è sinonimo di piazzaforte. Un esempio è la città-fortezza di Palma, odierna Palmanova (Udine), la cui costruzione comincia il 5 ottobre 1593 ad opera della Serenissima Repubblica di Venezia. La pianta interna è un ennagono, a cui corrisponde la pianta stellare bastionata con i nove baluardi della prima cinta, ultimata nel 1623. Una seconda è costruita tra il 1658 e il 1690, sempre dalla Serenissima, e una terza cinta è realizzata nel periodo napoleonico tra il 1806 e il 1809 (Di Sopra 2003, pp. 11-20). «Si può dire che Plama sia stata concepita come “fortezza ideale”, non come “città ideale”, perchè nella progettazione si è presa in considerazione quasi esclusivamente la funzione militare» (Bertossi 1993, p. 29).

Fortificazione: termine che indica la costruzione di opere difensive, tra cui abbiamo la fortificazione a fronte bastionata con mura e bastioni a pianta pentagonale e fossato dotato di scarpa e controscarpa. Si possono adottare le seguenti suddivisioni: fortificazione permanente , fortificazione semipermanente e fortificazione campale.

Fortino: è una piccola opera difensiva armata di solito con armi leggere e artiglierie di piccolo calibro. Ne è un esempio il Fortino d’Adda, opera seicentesca che controllava l’ultimo tratto del fiume Adda (Lombardia) prima della sua immissione nel lago di Como. È una delle opere accessorie al sistema fortificato che aveva come perno il Forte di Fuentes.

Piazzaforte: si tratta di un luogo fortificato racchiudente o meno un borgo o una città, munito di sistemi difensivi di vario tipo a seconda del periodo storico di castruzione, generalmente a partire dal tardo Rinascimento. È destinata a servire guarnigioni in essa stanziate, a presidio di un territorio e a base logistica.

Tagliata o sbarramento stradale: opera d’interdizione anche fortificata che controlla una rotabile, generalmente di fondovalle, o comunque un passaggio obbligato. La Tagliata del Tombion viene costruita nel 1885 ed è uno sbarramento stradale a controllo della rotabile che dalla Valsugana, attraverso Cismon, conduce a Bassano del Grappa. «La tagliata consisteva di due batterie in casamatta poste perpendicolarmente alla strada, ambedue ad un solo piano; di un edificio a casamatta adibito ad alloggio a due piani fra le prime due e di un edificio a due piani defilato e parallelo al percorso stradale. Quest’ultimo era dotato di parafulmine (gabbia di Faraday) in quanto adibito a magazzino delle polveri oltreché a zona uffici-abitazione-armeria (…). L’approvvigionamento idrico era garantito da una fontana perenne interna all’opera (lato meridionale del cortile sud), ma esisteva anche una cisterna di grandi dimensioni in grado di contenere sino a 80 metri cubi d’acqua, tra l’altro munita di doppio sistema di filtraggio delle acque piovane provenienti dalle superfici orizzontali delle coperture del complesso» (Girotto 2002, pp. 88-89).

11 - Galleria

Nelle fortificazioni, è in genere il passaggio ricavato nello spessore delle murature o nel sottosuolo e rivestito.

La galleria è un collegamento sotterraneo che si sviluppa nel sottosuolo o all’interno di cortine murarie, in grado di garantire lo spostamento, da un settore ad un altro del perimetro difensivo, al coperto da osservazioni o tiri di artiglieria avversaria (sia questa neurobalistica che a polvere da sparo). Può essere destinata a molteplici scopi e costruita in funzione di differenti apprestamenti. Si può ricordare, ad esempio, come Schliemann rimanga colpito dalle mura ciclopiche di Tirinto, città dell’Argolide a sudest di Argo, dicendo che nell’antichità sono state menzionate da Omero, Pausania e Strabone. In particolare descrive brevemente le gallerie, caratterizzate da volte a sesto acuto mediante un sistema di grandi pietre aggettanti: «Le mura a sud presentano gallerie coperte (sotterranee), di singolare costruzione. Nel muro orientale vi sono due corridoi paralleli, di cui uno è provvisto di sei nicchie nella parete esterna. Nel muro meridionale vi è una galleria larga quattro metri, al cui centro si trova un gigantesco stipite, con un grosso foro per il catenaccio, da cui si deduce che, quando era necessario, si poteva chiudere il passaggio. Senza dubbo queste gallerie servivano a mantenere il collegamento fra le due torri o posti di guardia» (Schhliemann 1962, pp. 68-69).

Nelle opere più recenti, in particolari situazioni, possiamo avere gallerie scavate nella roccia per raggiungere opere in caverna, o postazioni staccate dal corpo di piazza principale, oppure di semplice collegamento con l’esterno che, sbucanti in posizione defilata, permettono di effettuare sortite o far giungere rinforzi e vettovagliamenti all’interno della fortificazione. Nel corso della Prima Guerra Mondiale, soprattutto sul fronte italo-austriaco, si scavano gallerie di collegamento all’interno dei ghiacciai. In Marmolada (Veneto) gli Austriaci attrezzano la “Città di Ghiaccio” con ricoveri, depositi per munizioni e legname, osservatori e collegamenti con opere in caverna (Bartoli, Fornaro, Rotasso 1993).

Galleria dei fucilieri: opera di collegamento in galleria dotata di feritoie per armi leggere, anche in combinazione con un cofano. Nella Piazzaforte di Fenestrelle (Piemonte), colossale opera di sbarramento costruita e ampliata in più momenti (XVII-XIX sec.), vi è la “scala coperta” ricavata all’interno di una galleria in muratura con feritoie per armi leggere, la cui funzione è di collegare con un percorso di circa 1.500 m i due forti principali e le opere minori dell’intero complesso (Contino 1993, pp. 57-59).

12 - Galleria di controscarpa

Opera che si sviluppa internamente e parallelamente al muro di controscarpa del fossato.

Generalmente dotata di feritoie, la galleria di controscarpa permette ai difensori schierati entro tale passaggio di colpire eventuali attaccanti discesi nel fossato con un “fuoco a rovescio”. Il termine “a rovescio” sta proprio ad indicare che il tiro non è rivolto dal Corpo di Piazza verso l’esterno, ma dal muro di controscarpa verso l’interno. Può essere dotata di avancorpi, come casematte e capponiere.

Un esempio è la galleria di controscarpa del Castello di Milano, denominata da Leonardo da Vinci “strada segreta di dentro” (da Vinci, manoscritto B - folio 36 verso). In laterizi e rari elementi lapidei, con volta a botte, la galleria è dotata di un centinaio di finestrelle a doppia strombatura, ampie finestrature agli angoli, vani di comunicazione con i rivellini eretti nel fossato e numerose gallerie che conducono alla cortina esterna denominata Ghirlanda (Padovan 1996, pp. 64-75). Nel Forte di Demonte (Cuneo) il Bastione di Sant’Ignazio era difeso da un fossato asciutto con galleria di controscarpa, di cui si è rilevato un tratto rimasto integro di 11.36 m di lunghezza, in cui si notano tre profonde feritoie che controllavano il fossato e la sortita (interrata) per accedere allo stesso. In un tratto scoperchiato della medesima galleria, realizzata in pietrame e internamente rivestita in mattoni, si nota ancora una feritoia e un ramo di contromina, al di sotto del quale vi è un condotto idraulico per il deflusso dell’acqua dal fossato (Padovan 2003, pp. 320-333).

13 - Galleria di demolizione

Opera di demolizione interna a strutture difensive, o posta al di sotto di viabilità.

A completamento di un sistema di fortificazioni si realizzano, soprattutto nel XIX e XX sec., delle opere sotterranee di demolizione per l’interruzione della viabilità. Gallerie di demolizione e cunicoli di demolizione potevano completare le difese delle fortificazioni di sbarramento e delle tagliate stradali; opere analoghe venivano predisposte anche all’interno di gallerie ferroviarie e stradali.

La galleria di demolizione poteva fare parte della struttura stessa di un bastione, per la difesa e la demolizione parziale dello stesso, al fine di consentire la creazione di un secondo fronte bastionato arretrato. Tipologia del tutto particolare e rara, si tratta di una galleria, solitamente ampia (può avere sino a 6 m di altezza per 6 m di larghezza), che segue internamente il profilo delle due facce esterne del bastione. È dotata di pozzetti ricavati nella volta e cunicoli di mina che si diramano verso l’esterno. Qualora il bastione venga parzialmente demolito dal fuoco di batteria o dall’esplosione di mine, si provvede a fare brillare i fornelli di mina per ‘rovesciare’ le due facce esterne del bastione nel fossato, creando così un saliente (angolo che una difesa dispone verso l’avversario) e ottenendo un nuovo fossato (la galleria stessa, scoperchiata), con muro di controscarpa (piedritto esterno) e muro di scarpa integro (piedritto interno). Ha inoltre lo scopo di servire da ricovero a prova di bomba e come passaggio da un fianco all’altro del bastione.

14 - Galleria stradale

Rotabile sotterranea o particolare destinata, nel caso specifico, al collegamento con opere militari.

Generalmente in zone montuose si sono scavate gallerie stradali al solo scopo di servire opere militari, sia fisse che campali. Nel corso della Prima Guerra Mondiale sorge la necessità di rifornire le prime linee che si snodano sui rilievi montuosi.

Tra le più note vi è la “Strada delle 52 Gallerie”, costruita dai soldati italiani nel 1916 per rifornire le postazioni sul Pasubio (versante veneto); dalla Bocchetta Campiglia sale fino alle Porte del Pasubio con un tracciato di 6.330 m circa, 2.300 m dei quali in galleria (Pieropan 1978, p. 23). In alcuni punti vi sono finestrature per le artiglierie e presso la diciottesima galleria cinque pozzetti conducenti a fornelli di mina, per l’eventuale interruzione del tracciato (Gattera 1995, p. 30). In altri sistemi non mancano gallerie costruite in trincea e poi ricoperte, come, ad esempio, in taluni depositi militari.

15 - Grotta di guerra

Termine ad indicare cavità naturali utilizzate e adattate come ricovero, magazzino, etc., nel corso della prima guerra mondiale.

Prevalentemente sul Carso, nel corso della Grande Guerra gli Austriaci e gli Italiani hanno fatto uso di grotte, con andamento sia orizzontale che verticale, costruendovi depositi e alloggiamenti per la truppa, anche su più piani e con impianti di ventilazione, acqua potabile e accessi adeguatamente protetti Altre hanno invece alloggiato, con opportune sistemazioni, armi leggere e batterie. Tale tipo di apprestamento ha assunto la denominazione di “grotta di guerra” (Gariboldi 1926, pp. 129-152). Nel solo carso triestino e goriziano ne sono state censite circa duecento.

La Grotta di Visogliano è attualmente situata nel territorio comunale di Duino-Aurisina (Trieste) ed è stata utilizzata nel corso della Prima Guerra Mondiale, con adattamenti interni. Davanti all’ingresso sono ancora visibili, sulla destra, le murature che costituivano i baraccamenti militari austro-ungarici. Degli scalini in pietra portano ad un piccolo ripiano con resti di una costruzione militare (figg. VII.30, VII.31, VII.32, VII.33 e VII.34). In tempi recenti la parte terminale è stata svuotata dal materiale che la occludeva nella speranza di trovare ulteriori prosecuzioni (Gherlizza, Radacich 2005, pp. 65-66).

Riprendendo le passate “esperienze” si sono ipotizzati utilizzi delle cavità naturali anche in previsione di conflitti atomici: «essendo però spesse volte indispensabile procedere sin dal tempo di pace a preventivi adattamenti specie per quanto si riferisce alla accessibilità, alla moltiplicazione degli ingressi, alla ventilazione ed alla sistemazione del fondo, converrà mascherare detti lavori con scopi turistici od altro» (Franzosini 1949).

16 - Grotta fortificata

Termine ad indicare cavità naturali in cui almeno l’ingresso è protetto da un’opera difensiva.

Le cavità naturali, soprattutto se aventi ingressi ampi e con andamento orizzontale, nel corso del tempo sono state variamente dotate di opere di fortificazione. Possono avere un semplice muro di chiusura, oppure articolate strutture difensive nell’androne. Nell’area carsica di Honglin (Cina) molte grotte sono state fortificate. Quella di Shui Xiang Dong, situata proprio sotto il villaggio di Honglin, si presenta con un’ampia apertura alta circa 120 m, attraversata da un modesto corso d’acqua proveniente dall’esterno. È parzialmente chiusa da un imponente muro a secco realizzato con sfaldature di calcare locale di colore grigio, disposte in corsi non sempre regolari. L’opera ha carattere difensivo e lungo la parte sommitale del tratto meglio conservato si aprono delle feritoie di forma quadrata e rettangolare (Buzio, Mengoli, Zorzin 2005, pp. 131-132).

In Slovenia la Grotta di Castel Lueghi, nota come Predjama, è posta su quattro livelli per uno sviluppo totale di circa 5 km. Il livello superiore, chiamato Erazmova jama (grotta di Erasmo), ospita i resti di una fortezza costruita nel XIII sec. Nella seconda metà del XVI sec. viene costruito all’ingresso un nuovo castello (Predjamski grad), ad oggi conservato e perfettamente visibile (Aallen, Strinati 1976, p. 208).

Corona e covalo (o covelo): con tali nomi si indicano i castelli costruiti in caverna o in ampi ripari sottoroccia (Gorfer 1985, pp. 178-179), come Castel San Gottardo a Mezzocorona (Trento). Sulla sommità di rilievi e talvolta anche in grotta, nel carso istriano si costruiscono i “tabor”. Sono poco dispendiosi ma efficaci apprestamenti difensivi. Tra il XV e il XVI sec. servivano a proteggere i beni, nonché le persone, dalle cosiddette incursioni turchesche (Radacich 1993, pp. 11-20).

17 - Mina

Cunicolo sotterraneo scavato per penetrare all’interno di un’opera fortificata. S’intende, più comunemente, l’opera sia difensiva che offensiva alla cui testa viene ricavato un fornello da mina, posto sotto sia difese fisse che opere campali allo scopo di demolirle.

L’obiettivo di un assedio è la caduta della fortezza o della città cinta da mura, che può avvenire tramite la resa degli occupanti oppure a seguito di un assalto diretto. Nel secondo caso si può superare il perimetro difensivo scalandolo oppure praticandovi un varco (breccia) con macchine da assedio, o scavando al piede del muro per scalzare le pietre di sostegno e farlo crollare.

Al capitolo intitolato «De cuniculis, per quos aut murus defoditur, aut civitas penetratur», Vegezio scrive che un tipo di assedio sotterraneo e nascosto è chiamato cuniculus, dai conigli che scavano tane nella terra. Un sistema è che i soldati giungano all’interno della città assediata per mezzo un cunicolo sotterraneo (mina) e aprano le porte. Si può invece portare lo scavo di un cunicolo al di sotto delle fondamenta e ricavarvi una camera la cui volta viene puntellata e sostenuta da armature lignee, destinate ad essere successivamente incendiate. Così privato di sostegno, il tratto di mura crolla (Vegezio, IV, 24).

Queste particolari tecniche ossidionali sono conosciute e applicate sin dall’antichità. Tito Livio ce ne parla nel raccontare la presa di Veio da parte dei Romani, dopo che essi provvedono a stringere d’assedio la città con opere campali: «Operum fuit omnium longe maximum ac laboriosissimum cuniculus in arcem hostium agi coeptus» (Il più importante e il più faticoso di tutti questi lavori fu una galleria che si cominciò a scavare verso la rocca dei nemici) (Livio, V, 19, 10). Approntata la galleria, i legionari attaccano le mura della città in più punti, per attirare l’attenzione dei difensori, consentendo così la riuscita della sortita dal cunicolo da parte delle “truppe speciali”: «Haec precatus, superante multitudine ab omnibus locis urbem agreditur, quo minor ab cuniculo ingruentis periculi sensus esset. Veientes ignari se iam a suis uatibus, iam ab externis oraculis proditos, iam in partem praedae suae uocatos deos, alios uotis ex urbe sua euocatos hostium templa nouasque sedes spectare, seque ultimum illum siem agere, nihil minus timentes quam subrutis cuniculo moenibus arcem iam plenam hostium esse, in muros pro se quisque armati discurrunt, mirantes quidnam id esset quod cum tot per dies nemo se ab stationibus Romanus mouisset, tum uelut repentino icti furore improuidi currerent ad muros (...). Cuniculus delectis militibus eo tempore plenus, in aede Iunonis quae in Veientana arce erat armatos repente edidit, et pars auersos in muris inuadunt hostes, pars claustra portarum reuellunt, pars cum ex tectis saxa tegulaeque a mulieribus ac seruitiis iacerunt, inferunt ignes» (Dopo aver così pregato, con forze soverchianti attacca la città da tutti i punti, perché non si avesse l’esatta sensazione del pericolo che incombeva dalla galleria. I Veienti, ignari di essere stati traditi dai loro indovini e dagli oracoli stranieri, non sospettando che gli dèi erano già stati chiamati a partecipare al loro bottino, che altri, evocati con preghiere dalla loro città, volgevano lo sguardo ai templi dei nemici e a nuove sedi, e che quello ch’essi vivevano era il loro ultimo giorno, tutto temendo tranne che la rocca fosse già piena di nemici per essere stata scavata una galleria sotto le mura, accorrono in armi, ognuno per proprio conto, sparpagliandosi qua e là sui bastioni,senza poter comprendere per qual motivo mai, mentre per tanti giorni nessun romano si era mosso dagli avamposti, ora tutti corressero ciecamente, come presi da improvviso furore, verso le mura. (...) La galleria, che in quel momento era piena di soldati scelti, riverò all’improvviso un nugolo d’armati nel tempio di Giunone, che si trovava sulla rocca di Veio: una parte piomba sulle mura prendendo i nemici alle spalle, un’altra sconficca i catenacci delle porte, un’altra ancora, poiché le donne e i servi lanciavano pietre e tegole dai tetti, va appiccando il fuoco) (Livio, V, 21, 4-7, 10-11).

Nel IV sec. la città di Dura Europos (Siria), tenuta dai romani, viene espugnata da un esercito persiano: le indagini archeologiche condotte presso quanto rimane della fortezza hanno restituito l’immagine di un vero e proprio campo di battaglia sotterraneo, costituito da cunicoli di mina e di contromina (Bonetto 1997, pp. 337-398. Vedere utilmente: Mesnil du Buisson 1939 e 1944).

Lo scavo di cunicoli poteva servire anche ad altri scopi. Nel corso dell’assedio a Uxellodunum, città fortificata dei Carduci, Caio Giulio Cesare fece scavare un cunicolo per prosciugare la sorgente d’acqua che usciva appena fuori dalle mura della città «ad postremum cuniculis uenae fontis intercisae sunt atque auersae» (per mezzo delle gallerie sotterranee le vene che alimentavano la sorgente furono interrotte o deviate e la sorgente inaridì) (Cesare, VIII, 43). L’episodio viene citato anche da Frontino (Strategemata) nel paragrafo dedicato a come deviare i corsi d’acqua e inquinarli: “De fluminum deriuatione et uitiatione aquarum” (Frontino, Str., III, 2).

A partire dal XII-XIV secolo le mura di cinta sono caratterizzate da cortine dotate di un basamento scarpato, in grado di assorbire al meglio un “attacco di mina”. Leonardo da Vinci, nella lettera con cui offre il proprio ingegno a Ludovico il Moro, afferma di essere in grado di far «ruinare» (crollare) ogni rocca o altra fortezza senza l’ausilio delle bombarde, a meno che «non fusse fondata in su el saxo» (non fosse edificata su solida roccia) (da Vinci, C.A., 391 r.a.). Nei secoli successivi il compito di aprire un varco è destinato all’artiglieria, disposta in apposite “batterie da breccia”. Abbastanza di frequente il sistema si rivela costoso in termini di mezzi e di uomini, nonché prolungato nel tempo. In assenza di risultati apprezzabili, si fa ricorso alle mine, seguendo uno dei due procedimenti seguenti.

- Attacco di mina: l’avvicinamento al tratto di cortina da minare avviene a cielo aperto. Una volta scalzato il paramento esterno del muro è scavato nel suo spessore un piccolo vano definito fornello o camera di mina, che viene stipato di esplosivo. Il brillamento di due o tre di questi fornelli di mina, a patto che siano sufficientemente potenti e ben collocati, provocano gravi danni. L’approccio a cielo aperto rende il metodo rapido, ma espone il personale di scavo a gravi rischi, che possono pregiudicare la buona riuscita dell’azione.

- Mina in profondità: l’approccio alla muratura da minare avviene in questo caso dal sottosuolo, perforando il terreno con un cunicolo armato da una struttura lignea, anche prefabbricata. Questo può presentare una serie continua di angoli retti in modo tale che l’onda d’urto dell’esplosione non abbia la possibilità di sfogarsi lungo il condotto stesso. Al di sotto della cortina destinata alla distruzione si procede allo scavo di uno o più fornelli di mina. Collocato l’esplosivo, il cunicolo è colmato di terra in modo tale che l’esplosione si sfoghi verso l’alto, provocando distruzioni assai più serie dell’attacco di mina. Nella seconda metà del XVIII sec. l’ingegnere francese Forest de Belidor formula nuovi concetti e applica il cosiddetto “Globo di Compressione”, una sorta di “supermina” (Gillot 1805), con effetti devastanti.

Sono destinate ad operare alle mine le Compagnie dei Minatori, speciali reparti dell’artiglieria formati da personale reclutato tra civili impiegati in miniere o in cave. Solitamente lavorano in squadre di quattro o più persone:

- il primo taglia il terreno con il proprio “picco”;

- il secondo raccoglie lo smosso;

- il terzo lo trasporta tramite contenitori all’ingresso;

- il quarto provvede all’occultamento del terriccio, poiché la sua vista mette in allarme i difensori, consentendo di provvedere allo scavo di una contromina.

I carpentieri si occupano invece di sistemare le intelaiature e le assi necessarie ad armare il cunicolo. Una squadra di minatori ben affiatata è in grado di scavare in ventiquattro ore un tratto di cunicolo lungo 4-5 m, anche al di sotto di un fossato colmo d’acqua. Purché, ovviamente, lo scavo non proceda in roccia compatta. Nel qual caso l’avanzamento è decisamente più lento.

Pozzo da mina: si tratta dello scavo ad asse verticale, generalmente praticato all’interno di una fortificazione, o di un’opera comunque a carattere militare, per raggiungere la posizione dove si vuole collocare un fornello o camera da mina.

Solo con lo sviluppo delle artiglierie, in particolare di quelle di grosso calibro (metà del XIX sec.), la tecnica di mina viene momentaneamente abbandonata. Una breve parentesi si registra nel corso della guerra russo-giapponese (1904), quando il generale Kiten Maresuke Nogi assedia la piazzaforte russa di Port Arthur in Manciuria (Cina). Dopo disastrosi assalti frontali, in attesa di ricevere adeguate artiglierie, il generale Nogi ricorre ai tradizionali sistemi di assedio: trincee d’avvicinamento e mine.

Nel corso della Prima Guerra Mondiale l’impiego di mine e contromine cerca di spezzare la staticità del fronte, basato sul trinomio difensivo reticolato-trincea-mitragliatrice e sull’uso delle artiglierie. Un largo e tragico impiego avviene soprattutto sul fronte montano italo-austriaco. Presso il Lagazuoi Piccolo, in Dolomiti, gli Italiani riescono ad attestarsi nella cosiddetta Cengia Martini e da lì ha inizio, tra entrambi i contendenti, una serrata guerra sotterranea. Nelle immediate vicinanze, sul fianco della Tofana di Rozes, gli italiani perforano la dura dolomia e ricavano una galleria che giunge sotto le postazioni austriache del Castelletto (Viazzi 1976, pp. 160-178) e si risolvono a scavare una sola camera di mina: «Tissi aveva inizialmente progettato due camere. Malvezzi si sentì pressato nei tempi a causa della presunta contromina e si accontentò di una. Essa misurava 5,00x5,50 metri di superficie ed era alta al centro 2,30 metri, con una cubatura così di 63 metri cubi, giusta per accogliere i 35.000 kg di esplosivi che finalmente erano in arrivo» (Striffler 1994, p. 270).

18 - Opera in caverna

Termine ad indicare opere militari scavate nel sottosulo, ma generalmente in fianchi montani o salienti rocciosi principalmente per alloggiarvi le artiglierie; da qui il termine di “batteria incavernata”.

Fin dall’antichità si scava nel sottosuolo a fini difensivi. In casi particolari le strutture sono ricavate nel fianco di pareti rocciose, anche a completamento delle opere in alzato. Soprattutto nella prima metà del Ventesimo secolo si fa largo uso di opere scavate nei fianchi dei rilievi, alloggiandovi postazioni per armi leggere e pesanti, osservatori e servizi logistici. Valga ad esempio ricordare la cosiddetta “fortezza in caverna di Cima Grappa” (Veneto), completata nel corso della Prima Guerra Mondiale dagli Italiani. Era costituita da una galleria principale di circa 1.500 m, con varie diramazioni che davano accesso a 23 pezzi d’artiglieria, mitragliatrici e osservatori. Servita con generatori elettrici, magazzini, depositi di munizioni e serbatoio per l’acqua potabile, era dotata d’impianto di ventilazione con appositi filtri anti-gas, sistemi di compartimentazione interna e tendine anti-gas per chiudere le aperture (Giardino 1929, pp. 124-129). In vari casi le fotoelettriche potevano essere montate su ruote o rotaie e alloggiate in tratti di galleria, per essere fatte uscire con facilità e rientrare rapidamente in caso di fuoco di batteria avversario.

Batteria in caverna: chiamata anche batteria incavernata o galleria cannoniera per la sua articolazione, è costituita da una o più postazioni di artiglieria scavate generalmente all’interno di una parete rocciosa, staccate o collegate tra loro da una galleria, che a sua volta può essere dotata di opere accessorie. Recentemente è stato documentato un impianto sotterraneo, definito “galleria cannoniera”, costruito tra il 1916 e il 1917 presso la quota 223 a nord di San Michele del Carso. Si tratta di una galleria ad angolo ottuso da cui si aprono lungo lo stesso fianco sei casematte per altrettanti pezzi d’artiglieria; Da una casamatta si stacca un cunicolo, probabilmente conducente a un posto d’osservazione. Sul lato opposto vi sono le due gallerie d’accesso che un tempo conducevano a giorno e una terza collegante la galleria principale con una di accesso (Stocker 1999, pp. 252-256). Gli interni sono rinforzati in muratura e calcestruzzo.

19 - Polveriera

Locale, o complesso di locali, in cui sono conservate polveri da sparo e munizioni.

Data la pericolosità intrinseca del materiale depositato e gli effetti distruttivi che una esplosione accidentale avrebbe sugli edifici circostanti, la polveriera è costruita secondo precise caratteristiche. In alcune fortificazioni o complessi militari le polveriere sono scavate nel sottosuolo, o sul fianco, o dentro il fianco di un’altura. Hanno generalmente pavimenti in legno, intercapedini d’aria per l’isolamento termico e contro l’umidità o le percolazioni della roccia e possono essere dotate di un piccolo corpo di guardia. Alcuni esempi del XIX e XX sec. sono dotati di “gabbia di Faraday”.

La polveriera del Forte Lusardi (Colico) (vedere utilmente il paragrafo IV.10.8) è ricavata all’interno del rilievo roccioso alle spalle della batteria corazzata. È articolata con un lungo corridoio su cui si aprono sei riservette a pianta quadrangolare e di differenti dimensioni, per lato. Il camminamento è dotato d’impianto di deumidificazione: «Il deumidificatore è realizzato in lamiera zincata, collocata su tutto il soffitto della polveriera di cui segue i movimenti, le curvature e le volte. La lamiera è posta a pochi centimetri dalla volta ed è realizzata in mattoncini, nello spazio vuoto tra la volta e la lamiera vi è il passaggio dell’aria che raffredda il metallo che condensa l’umidità presente nell’aria. Le gocce d’umidità scivolano sulla superficie liscia del deumidificatore, si incanalano in apposite grondaie che la portano a terra dove la scanalatura realizzata nel cemento fa defluire l’acqua lungo il corridoio per poi scaricarla in appositi tombini che la portano all’esterno della struttura fortificata» (Cassinelli 2002, p. 29).

20 - Pusterla

Detta anche positerla o pustierla, è una piccola porta aperta in luogo nascosto, defilato, e distante dalla porta principale, da utilizzarsi in particolari circostanze.

Nell’opera bastionata indica la porta generalmente aperta nel tratto di bastione coperto dall’orecchione, detta anche falsa porta, porta del soccorso o sortita, il cui uso è intuibile. Per estensione va ad indicare tutta la galleria, sia sotterranea sia ricavata nello spessore delle mura, che consente il passaggio attraverso tale porta.

Nel Castello di Eurialo, a Siracusa, si conserva un ben articolato esempio di “difesa dinamica” adottando opere sotterranee. Fatto costruire tra il 402 e il 397 a.C. da Dioniso, è posto al vertice delle grandi mura che chiudono la terrazza dell’Epipole, controllando la strada che metteva in comunicazione Siracusa con i luoghi interni dell’isola. Dotato di opere a tenaglia e fossati, è concepito per essere adatto alle sortite e ai contrattacchi grazie ad una serie di gallerie e di pusterle che permettono di prendere ai fianchi e alle spalle gli avversari in fase avanzata d’attacco. Eretto lungo un asse ovest-est, reca all’apice ovest (il punto più vulnerabile) una serie di tre fossati, di cui quello mediano assai largo (Mauceri 1939. Cassi Ramelli 1964, pp. 41-46). Una galleria collegata con l’avancorpo del mastio si sviluppa parallelamente al fossato arretrato, in cui sbuca con numerose sortite. In prossimità del muro di sbarramento di questo fossato una galleria costeggia internamente l’opera avanzata, andando a raccordarsi col forte posto a protezione della porta (alloggiata nella tenaglia) e con due pusterle di fronte questa, mascherate da muri trasversali. Al di sotto delle mura settentrionali corre un altro tratto in galleria provvisto di pusterle.

21 - Ridotta

Piccola opera fortificata, sia isolata che inserita in un sistema difensivo.

Opera militare di modesta importanza, la ridotta è sia isolata sia facente parte di un sistema difensivo più ampio. Gariglio e Minola ne indicano tre tipi:

- piccolo bastione, detto anche lunetta, posto generalmente al piede dello spalto;

- piccolo forte a pianta generalmente quadrangolare o irregolare, per il rinforzo di trincee o di campi trincerati;

- piccolo forte posto a protezione di un ponte, di una chiusa, etc., che può essere in muratura e/o casamattato (Gariglio, Minola 1994, I, p. 276).

Se costruita in muratura, la ridotta può essere casamattata ed è talora indicata con il nome di corpo di guardia o fortino. Talvolta questo termine è utilizzato per indicare una “linea difensiva fortificata”. Anticamente poteva anche costituire l’ultima estrema difesa all’interno di una fortezza. La Ridotta Maria Teresa è un corpo di guardia situato sulla sinistra orografica dell’Arc, a sudest di Avrieux in Francia, destinata a sbarrare la strada del Moncenisio. La sua costruzione, ad opera del Regno di Piemonte e Sardegna, ha inizio nel 1819 per concludersi nel 1825; fa parte della Piazza dell’Esseillon. A forma di ferro di cavallo, è una fortezza a struttura perpendicolare “alla Montalembert”, disposta su tre piani e dotata di galleria di controscarpa: «A sinistra del ponte dormiente, appoggiata all’alta muratura di controscarpa, una scalinata di pietra consente di accedere al fossato. Nella parete è stata ricavata una galleria difensiva, munita di feritoie verticali per battere d’infilata il fosso. Una di queste, sul lato nord, è suddivisa in tre fessure ravvicinate con orientamento differenziato per coprire con il tiro punti diversi. La galleria è collegata con le ali occidentale ed orientale della Ridotta da due traverse in muratura munite di feritoie. Una diramazione del cunicolo a sinistra, collega con sessanta metri di percorso sotterraneo la Ridotta Maria Teresa ad un corpo di guardia recentemente restaurato, situato sul lato interno della strada nazionale» (Gariglio, Minola 1994, I, p. 219).

22 - Ridotto

Piccola opera fortificata, sia isolata che inserita in un sistema difensivo.

Opera militare di modesta importanza la ridotta è sia isolata sia facente parte di un sistema difensivo più ampio, analogamente alla ridotta. Gariglio e Minola ne indicano tre tipi:

- piccolo rivellino o mezzaluna costruito internamente ad uno maggiore;

- opera permanente o temporanea, dove si ritirano i combattenti dopo una prima difesa;

- nelle città fortificate è una piccola cittadella contrapposta alla cittadella vera e propria; generalmente è un bastione fortificato in gola (Gariglio, Minola 1994, I, p. 276).

In taluni casi con il termine ridotto si indica un’area fortificata mediante forti, batterie campali e opere semipermanenti. Il perimetro protetto può contenere centri di produzione bellica o a questa utili.

23 - Rifugio

Riparo, costruito e attrezzato per proteggere persone e materiali, per lo più sotterraneo; chiamato anche ricovero.

Può essere costruito con materiale di recupero, oppure sfruttando strutture già esistenti, come nel caso di un seminterrato o di una cantina. Oppure progettato e costruito con specifici scopi, come rifugio antibombardamento generico oppure antiatomico. In alcune opere del XVII-XIX sec. abbiamo locali o impianti esterni o anche seminterrati “alla prova”, ovvero “a prova di bomba”.

Ricovero antiaereo: detto anche rifugio antiaereo, si tratta di una struttura, generalmente casamattata, costruita a protezione di personale militare e civile (figg. VII.35 e VII.36). Tra le due guerre mondiali, nonché nel corso della Seconda, si dà luogo alla costruzione di ricoveri soprattutto per i civili, al di sotto degli edifici pubblici e delle fabbriche. Sono dotati di muri paraschegge e antisoffio, porte blindate, impianti di ventilazione, etc. (fig. VII.37). A Milano, nel 1933, si prevede di costruire in via sperimentale il primo ricovero antiaereo all’interno all’interno di una struttura ad uso pubblico, oggi ospitante l’Istituto “Virgilio”, in Piazza Ascoli (Thum 2005, pp. 71-80). In generale, vari ricoveri vengono approntati nelle cantine e nei seminterrati: con i soffitti semplicemente puntellati. Sono essenzialmente destinati a resistere non tanto allo scoppio di una bomba d’aereo, quanto al crollo del soprastante edificio. Da alcuni anni si sono avviate a Trieste le indagini per censire e studiare i ricoveri antiaerei destinati all’uso civile e militare (Bigi, Gobessi 2003), andando a documentare anche i bombardamenti subiti dalla città e il riutilizzo di alcune antiche opere idrauliche di conserva (Bigi, Gobessi, Radacich 2004).

Ricovero a torre: è una particolare opera in cemento armato a forma di enorme matita, costruita fuori terra, ma con uno o più locali sotterranei. Ne vengono costruiti differenti modelli, pur mantenendo l’esteriore caratteristica.

Rifugio antibombardamento: struttura generica, generalmente casamattata, che assolve al compito di offrire protezione a uomini e materiali contro i tiri delle artiglierie e, successivamente, anche ai bombardamenti aerei. Ne vengono costruiti ovunque e nelle forme più diverse, a giorno, seminterrati e completamente sotterranei.

24 - Riservetta

Nelle opere di fortificazioni campali o permanenti è un piccolo locale in cui si conservano le munizioni.

È un locale di modeste dimensioni a prova di bomba, posto in prossimità della linea difensiva, anche tra le piazzole e talvolta con funzione di traversa. È destinato ad alimentare l’azione di fuoco dei reparti di linea.

Riparo sotto traversa
: si tratta di un piccolo locale ricavato entro il terrapieno di una traversa posta tra due piazzole o alveoli d’artiglieria, già presente nelle fortificazioni bastionate del XVIII sec. È utilizzato come riservetta munizioni e magazzino d’artiglieria.

25. Rivellino

Costruzione staccata dalla cinta muraria, eretta all’interno di un castello o di un’opera fortificata.

Prevalentemente in età medievale il rivellino serve a proteggere una porta e quindi l’accesso al castello. Presso il Castello di Porta Giovia, a Milano, nel Rivellino di Porta Comasina sono stati individuati un locale sotterraneo e una scalinata (oggi interrata) che conduceva nella galleria di controscarpa (Padovan 1996, pp. 132-133). Nella fortificazione bastionata è un’opera anteposta alla cortina, costituita da due facce, talvolta da due facce e due fianchi. Al suo interno poteva ospitare locali casamattati, gallerie di collegamento e accessi alle contromine o alle opere di demolizione.

26 - Sotterraneo

Locale o complesso di locali costruito sotto il livello del terreno circostante, nello specifico destinato ad uso militare.

Le opere militari possono essere dotate di vari ambienti sotterranei, adibiti agli usi più svariati, che nel corso del tempo possono mutare in funzione di nuove esigenze logistiche o difensive. I sotterranei possono essere adibiti a deposito per legna, carbone, armi, materiale di casermaggio. Oppure essere utilizzati come alloggiamento o accantonamento in caso di necessità (figg. VI.38 e VI.39). Nel seicentesco Forte di Fuentes (Lecco), al di sotto degli edifici che fiancheggiano la piazza d’armi, vi sono alcuni locali sotterranei un tempo adibiti a scuderie, a depositi e cantine.

27 - Tamburo Difensivo

Opera difensiva a prova di bomba, con finalità tattiche simili al cofano.

Si tratta di una casamatta a forma cilindrica (da cui il nome), inserita nelle mura magistrali di un’opera fortificata, dalla quale è possibile sviluppare un fuoco di fucileria a protezione dei fossati e dello spalto. Può anche essere collocata, staccata, a difesa del fronte di gola di un’opera.

28 - Traditore

Batteria posta in posizione defilata, o anche costruzione casamattata accessoria di una fortificazione.

Con il termine di traditore è indicata la batteria posta in barbetta (a cielo aperto) o in casamatta, nascosta dall’orecchione e posta nel fianco rientrante del bastione. Aveva il compito di fiancheggiare la cortina e la faccia del bastione attiguo, controllando anche lo spazio antistante del fossato. Nelle fortificazioni moderne si tratta di una casamatta staccata dal corpo principale di una fortificazione, generalmente armata con mitragliatrici e cannoni a tiro rapido, defilata al tiro avversario. Poteva essere alloggiata nella gola o avere la funzione di controllare un settore particolarmente delicato, circostante il forte. Il Forte Busa di Verle, costruito dagli austriaci ai primi del Novecento sull’altopiano di Vezzena (Veneto), era dotato di un “traditor” armato con due cannoni da 80 mm mod. 9 in feritoie (Gorfer 1987, p. 620).

29 - Trincea

Opera di fortificazione campale costituita da uno scavo a sezione rettangolare o, più comunemente, trapezoidale e ad andamento longitudinale.

Negli assedi portati alle fortificazioni bastionate, la trincea d’approccio era il camminamento scavato dalla linea di controvallazione verso la piazzaforte da assediare. Sébastian Le Prestre, signore di Vauban (1633-1707), osserva che la conduzione dell’attacco a una piazzaforte sta nel binomio piccone-badile, per l’effettuazione dello scavo. Con la parola “scavo” (sape) si intende la testa di una trincea che viene allungata e approfondita palmo a palmo tanto di giorno quanto di notte, consentendo di avvicinare uomini, attrezzature e artiglierie alla piazza da assaltare, limitando le perdite. Al capitolo “De la sape” (“Dello scavo”), Vauban spiega così il concetto sopra espresso: «Nous entendons par la sape la tête d’une tranchée poussée pied a pied, qui va jour et nuit également» (Vauban 1705).

Nella guerra di Secessione americana e in quella anglo-boera la trincea si rivela importante per consentire ai soldati di sfuggire al fuoco delle armi a canna rigata. Nella Prima guerra Mondiale (1914-1918), dopo una fase iniziale caratterizzata dalla guerra di manovra, il fronte s’irrigidisce nella cosiddetta “guerra di trincea”.

La trincea-tipo della Grande Guerra è composta dai seguenti principali elementi:

- parapetto, parete rivolta verso l’avversario;

- banchina per i tiratori, rialzo rispetto al fondo occupato dalla fanteria;

- camminamento, parte più profonda dello scavo.

Le pareti potevano essere protette con sacchetti di sabbia, rinforzate con travi di legno e rivestite con assi, graticci o pannelli XPM di lamiera stirata, come nelle trincee britanniche. Non mancano ripari costituiti da gabbioni in giunco o metallici. Sul fondo veniva scavata una canaletta per lo scolo delle acque, oppure poteva esserci una sorta di passerella in legno per innalzare il piano di calpestìo. Il loro andamento, parallelo alla linea del fronte, non era rettilineo, ma si presentava spezzato, talvolta a denti d’ingranaggio. Le linee parallele delle trincee erano collegate tra loro con altre trincee (fig. VII.38). Erano protette dai reticolati, ovvero da matasse di fili di ferro spinati. I settori erano variamente articolati, mutando di anno in anno a seconda delle nuove tattiche difensive e offensive da adottarsi.

Lungo i fianchi delle trincee si aprivano i ricoveri per la truppa e gli ufficiali. Potevano essere ampi, in cemento armato, ma più spesso erano buche scavate nella terra che non offrivano garanzie di sicurezza se centrate dai colpi delle artiglierie. Sul fronte montano le trincee erano spesso tagliate nella viva roccia e dotate, dove possibile, di ricoveri.

«È questa la prima linea? Signorsì. Tutte buche come questa» Carlo Salsa, tenente di fanteria nella Prima Guerra Mondiale, racconta del suo arrivo al San Miche, sul Carso, nel 1915. Ecco come ci descrive la trincea che deve occupare, assieme ai suoi uomini: «Nel camminamento basso, i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste. Non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti: tutto è confitto nel fango tenace come un vischio rosso. Il bordo della trincea è tutto rigonfio di morti che si mescolano in un viluppo confuso: rintraccio le figure umane ad una ad una» (Salsa 1982, p. 65).

Le trincee non scompaiono nel 1918, con il termine delle ostilità. Continuano ad essere utilizzate, seppur con mutati criteri, fino ai nostri giorni, nelle guerre che ancora affliggono il pianeta, dal momento che siamo incapaci di apprendere e applicare durevolmente qualsivoglia lezione sulla pace.