I rifugi antiaerei devono essere visti come “musei di sé stessi”, devono essere fruiti così come il tempo ce li ha consegnati. Il loro stato globale di conservazione presenta i segni dell’abbandono, ma senza che le strutture stesse siano compromesse. Gli interventi sarebbero quindi limitati e non invasivi, di costo contenuto e d’indubbia valorizzazione di un qualcosa che ad oggi, sul territorio nazionale, ha pochi eguali. Potrebbero diventare contenitori di memoria e d’emozioni, ospitando anche mostre di vario genere che, in qualche modo, li farebbero vivere e mantenere nel tempo, nella memoria visiva, affinché non si debbano più utilizzare sotto le bombe. Occorre trasmettere alle generazioni che ci seguono il messaggio che la pace va assolutamente e sempre mantenuta: tremila anni di storia sono sufficienti a ricordarcelo e noi dobbiamo fermamente apprendere per applicare.
Quando scendete nella cantina della nonna fatelo con occhi nuovi: guardatevi attorno e cercate le tracce dei puntelli per il sostegno delle volte, guardate come sono fatti i vecchi isolanti di porcellana e se vi sono ancora le scritte VIETATO FUMARE, ACQUA POTABILE, USCITA DI SOCCORSO….
Anche questa è Storia.