La prima luna: il pozzo

Con il termine di pozzo s’intende generalmente una perforazione artificiale ad asse verticale del terreno.

La destinazione di un pozzo varia a seconda del terreno geologico in cui è stato scavato, del tipo di architettura impiegata nel rivestimento, e soprattutto a cosa potrebbe essere connesso. Le precipitazioni atmosferiche filtranti attraverso terreni permeabili costituiscono e alimentano la falda freatica, che impregna un acquifero permeabile generalmente poggiante su di uno strato impermeabile.

A prima vista ogni “pozzo” parrebbe essere destinato alla presa dell’acqua di falda. Non di rado, dopo la debita esplorazione, si scopre che conduce ad un acquedotto ipogeo, oppure si tratta di una cisterna; potrebbe anche essere un manufatto che per essere compreso necessita di ben altre ed ulteriori indagini.

In uso fin dall’antichità, il pozzo mantiene la tecnica dello scavo manuale almeno fino agli inizi del XX secolo, nonostante l’introduzione di macchinari per la trivellazione.

I pozzi vengono praticati, come afferma anche la Tölle-Kastenbein, nel momento in cui l’uomo sceglie di assumere dimora, di costituire un insediamento stabile, ma vanno associati anche alla necessità d’irrigare i coltivi [Tölle-Kastenbein 1990, p. 32].

Il pozzo ordinario è funzionale al raggiungimento di un acquifero; si avrà quindi un pozzo filtrante o freatico.

Quando un pozzo ordinario giunge a una falda freatica l’acqua di questa non sale mai al di sopra del piano di campagna, a meno che il pozzo si trovi in prossimità della zona di scarico della falda. Secondo Vitruvio, per individuare le fonti sotterranee è sufficiente stendersi col mento a terra ed osservare in quale zona si levasse dal terreno un’esile e fugace refolo di vapore: quello è il punto dove effettuare lo scavo [Vitruvio, VIII, I].

Nel capitolo “Elogio di Milano per la sua posizione” Bonvesin da la Riva, nel XIII sec., ci parla della bontà dell’acqua dei pozzi così esordendo: «Dentro la città non vi sono cisterne né condutture di acque che vengano da lontano, ma acque vive, naturali, mirabilmente adatte a essere bevute dall’uomo, limpide, salubri, a portata di mano, mai scarseggianti anche se il tempo è asciutto, e tanto abbondanti che in ogni casa appena decorosa vi è quasi sempre una fonte di acqua viva, che viene chiamata pozzo» [Bonvesin, I, III].

Un esempio di pozzo ordinario è dato dal pozzo del Castello di Pavarolo (Torino), situato all’interno di una costruzione, addossata alla parte interna della superstite ala dell’edificio medievale. Scavato nelle arenarie fossilifere di età miocenica, è profondo 64.48 m e sommerso per 6.26 m; l’accesso misura 1.38 m di diametro, mentre a -56.64 ha un diametro di 3.08 m e mantenendo la sezione quasi costante fino al fondo. Per 14.6 m presenta un paramento murario in mattoni, al di sotto dei quali la roccia è a vista; con ogni probabilità è stato scavato in due momenti distinti e in un primo non doveva essere più profondo di una ventina di metri [Bianchi, Basilico, Ninni, Padovan 2003, pp. 277-292].

Il pozzo ordinario a raggiera è dotato, sul fondo o in prossimità di esso, di uno o più cunicoli (bracci).

Se il pozzo è poco profondo, o comunque praticato in un terreno scarso d’acqua, talvolta si possono praticare uno o più bracci per aumentare la sua capacità di raccolta. Possiamo avere anche pozzi a raggiera aventi alla base dello scavo, o in prossimità, uno o più bracci che vanno a cercare la falda o semplicemente a emungere un acquifero anche modesto.

Il pozzo artesiano è invece finalizzato alla captazione di una falda acquifera sotterranea che scorre in pressione. Se l’acqua è contenuta in strati permeabili sottostanti ad uno impermeabile, nella perforazione che la raggiunge può presentarsi con pressione tale da risalire e talvolta zampillare liberamente fino alla quota della superficie piezometrica della falda, che prende il nome di artesiana. Il nome deriva da “artésien”, ovvero “dell’Artois”, regione della Francia dove tale tipo di pozzo, detto appunto artesiano, è in uso da lungo tempo ” [Padovan 2005, pp. 24-26]. In ogni caso è meglio chiamarlo “pozzo alla modenese”.

Alcune note sui pozzi

Per estensione viene denominato pozzo l’elemento che ne circonda la bocca, più appropriatamente indicato come sponda o parapetto, oppure puteale o vera. In alzato, il pozzo si compone di un piedistallo, su cui poggia il puteale. Talvolta in pietra e di forma elegante, poteva essere chiuso con un coperchio (o serranda) e avere elementi di sostegno a una copertura, oppure a un architrave, a cui era fissata la carrucola con la corda o la catena agganciate ad una secchia. Elementi metallici sagomati ad arco assolvevano la medesima funzione di sostegno. Tutti questi elementi potevano coronare l’accesso indifferentemente sia a pozzi che a cisterne. La parte che si allarga al di sotto del piedistallo, dando inizio al pozzo vero e proprio, è chiamata gola. Talvolta, in prossimità della bocca, si riscontrano strutture portanti a mensola o ad arco, atte a sostenere il puteale oltre che la volta. Nel Pozzo Sorbello, a Perugia, sono invece due puntoni obliqui in pietra, inseriti nel rivestimento, ad assolvere il compito di sostenere l’apparecchiatura della volta [Stopponi 1991, pp. 237-240].

Il pozzo può avere sezione circolare, quadrata, poligonale, ellittica, etc. Se lo scavo è praticato in un terreno incoerente è necessario provvedere a un rivestimento. Il rivestimento può essere messo in opera anche se lo scavo viene praticato in roccia compatta. Generalmente si hanno pozzi rivestiti laddove devono perforare lo strato di suolo (incoerente), proseguendo poi senza rivestimento anche in terreni poco compatti come marne alternate a strati di arenaria. Un esempio lo abbiamo esplorato e rilevato a Vignale Monferrato (AL): il cosiddetto “Pozzo del Capitano”, situato all’interno dell’antica rocca.

Lo scavo può essere incamiciato con pietrame, ciottoli, conci, mattoni, o apposite forme curve in cotto legate tra loro con grappe o strisce di piombo. Forbes ci dà notizia di pozzi micenei e cretesi in cui i mattoni erano sostituiti da tubi fittili, mentre presso i Romani venivano impiegate armature lignee o barili in posti di dimora temporanea [Forbes 1993, p. 674]. Nel 1938, nella zona del Quirinale a Roma, sono stati scoperti dei pozzi rivestiti con lastre curve in tufo, provviste di pedarole [Pisani Sartorio 1984, p. 41]. Presso Happisburg, nel Norfolk, si è rinvenuto un pozzo medievale rivestito in legno con assi poste ad incastro, a sezione quadrata e profondo circa 7 m [Forbes 1993, p. 674].

Un elemento caratterizzante sono le cosiddette pedarole. Trattasi di incavi praticati nella parete della perforazione per consentire, o per facilitare, la discesa e la risalita nel corso delle operazioni che scandivano la nascita e la vita del pozzo. Le troviamo generalmente scavate con cura nelle pareti rocciose e poste a distanze regolari, lungo direttrici vicine o contrapposte. Meno spesso sono irregolari e disposte senza un apparente ordine.

La profondità è invece soggetta alla quota dell’acquifero da captare. Abbiamo pozzi profondi pochi metri, come a Milano, ad altri che superano i 60-70 m, come in alcune zone del Piemonte. Nel 2005 abbiamo esplorato e rilevato un pozzo profondo 85,48 m a Moncrivello (VC).

L’acqua si attingeva per mezzo di un cilindro o altra struttura, su cui era fissata la corda con il secchio, e girato da una manovella. Oppure si faceva scorrere la corda nella gola di una rotella (o carrucola) agganciata a una sovrastruttura che poteva essere anche di eleganti forme. Un altro sistema era quello di tenere imperniata una lunga stanga, recante a un’estremità la secchia e all’altra un contrappeso. Questo semplice e discontinuo metodo d’innalzamento dell’acqua (shaduf) è tuttora praticato in alcune zone del Nordafrica e dell’Oriente.

La seconda luna: la cisterna

In passato, la necessità di conservare l’acqua soprattutto a fini potabili ha lasciato una vasta gamma di opere di conserva, gran parte delle quali oggi cadute in disuso, o destinate ad usi prevalentemente irrigui.

La cisterna può essere descritta come un grande recipiente di solito sotterraneo, per quanto non manchino esempi semisotterranei o costruiti in alzato. Realizzata in qualsiasi tipo di terreno e nelle forme più svariate, è destinata alla conserva dell’acqua piovana, generalmente raccolta dai tetti delle abitazioni oppure su apposite superfici.

Le forme delle cisterne sono quanto mai varie e ciò dipende da molteplici fattori quali, ad esempio, il materiale adoperabile, la disponibilità economica, la tecnologia a disposizione, la funzione (considerando soprattutto la potabilità) e non ultimi il terreno geologico e il contesto in cui sono realizzate. Ne elenco qualcuna.

Cisterna a fossa: il semplice scavo di una fossa nel terreno o nella roccia consentiva di raccogliere l’acqua meteorica senza implicare particolari oneri. Talvolta le cosiddette “marmitte dei giganti” sono state utilizzate per la raccolta e la conserva dell’acqua, come si può osservare in un esempio presso la località Belvedere a Chiavenna (SO), internamente ai resti del castello medievale.

Cisterna scoperta: concettualmente analoga dalla precedente, si distacca più che altro per le dimensioni di realizzazione, unitamente alla collocazione che può sfruttare naturali incisioni del terreno, opportunamente adeguate. «Un cenno particolare meritano le cisterne scoperte, dette maj’il, tra le quali vi sono, senza dubbio, alcune delle più affascinanti architetture dello Yemen. Alimentati da wadi o da acqua piovana filtrata dai terrazzamenti agricoli o convogliata dalle coperture degli edifici, questi manufatti consistono in una grande vasca interrata, rivestita di murature sigillate con malte robuste, il cui fondo si apre talvolta verso i bacini minori dove si raccolgono i sedimenti di deposito» [Nicoletti 1985, p. 276].

Cisterna a camera singola: è il tipo più frequente e senza dubbio più noto, comprendente una vasta gamma di risoluzioni architettoniche. Nelle forme più semplici si hanno cisterne cilindriche, troncoconiche, a bottiglia, a damigiana, a tholos, o con forma irregolare, con molteplici varianti. Un tipo è chiamato “cisterna a bagnarola”: è rettangolare con il lati minori arrotondati ed è stata documentata presso l’insediamento di Tharros, in Sardegna [Acquaro, Francisi, Mezzolani 2002, pp. 57-62]. Identica forma l’abbiamo riscontrata in cisterne presenti nell’antica città di Cosa (Grosseto).

Cisterna pluricamerale: meno usuale, in genere si tratta della giunzione di due o più cisterne. Talvolta può essere ricavata da ambienti destinati solo successivamente alla conserva del liquido e di cui si è persa l’originaria funzione. Un’ulteriore distinzione si può operare nel caso in cui la cisterna sia stata ricavata, ad esempio, da una cava (nel qual caso verrà indicata come cava riutilizzata per lo stoccaggio dell’acqua). A Cagliari, il Cisternone Vittorio Emanuele II è una cava data per punica e riutilizzata in epoca romana come serbatoio. Nel vicino anfiteatro l’acqua meteorica veniva raccolta in appositi canali scavati nella roccia e tramite un condotto sotterraneo provvisto di piscina limaria versata nella cava anch’essa sotterranea, impermeabilizzata in cocciopesto [Floris 1988, pp. 22-29 e p. 120].

Cisterna a doppia camera: è costituita da due vani concentrici, a sezione quadrangolare o circolare, di cui l’interno è la camera di conserva e l’esterno quella di filtraggio, che comunica attraverso bocchette di travaso; un esempio è dato dalla cisterna di Palazzo Veracchi-Crispolti a Perugia [Associazione Subacquea “Orsa Minore” 1981, pp. 91-104].

Cisterna a cunicoli: generalmente è costituita da un impianto di cunicoli tra loro comunicanti, nelle cui forme più complesse l’aspetto è assimilabile a una coltivazione a camere e pilastri. In vari casi, come argomenta Riera, si tratta però di opere di captazione propriamente dette [Riera 1994, pp. 313-321].

Cisterna filtrante: buone garanzie di potabilità erano offerte dalle cosiddette cisterne filtranti, il tipo più noto delle quali è dato dalla “cisterna alla veneziana”. Consiste in uno scavo di forma tronco conica della profondità di almeno 3 m, con le pareti e il fondo rivestiti di uno strato di argilla e sabbia compresse. Dal centro del fondo s’innalza un pozzo cilindrico il cui interno è in comunicazione con la parte inferiore dello scavo tronco conico; lo spazio compreso tra il pozzo e la parete è riempito con sabbia silicea ben lavata. L’acqua piovana raccolta viene convogliata da un canale e penetra nella massa di sabbia e quindi nel pozzo, dal quale è prelevata [Riera 1993, p. 29]. In periodi di siccità non era infrequente riempirle con acqua trasportata in botti o altri recipienti [Padovan 2005, pp. 24-26].