Le lune nel pozzo

Il puteale, o parapetto, è quell’elemento architettonico che, oltre a proteggere l’imboccatura del pozzo, sovente attira la nostra curiosità. Una curiosità forse sciocca, quasi infantile, la quale induce a guardare dentro, portare le mani a ‘fare solecchio’ per scrutare quanto sia fondo e se contenga ancora acqua. Qualcuno griderà all’indirizzo del buio, attendendo la risposta dell’eco per tentare di capire l’ampiezza del vuoto sottostante. Magari getterà un sasso, oppure una moneta. Altri si domanderanno se il puteale coroni un pozzo che raggiunge l’acqua di falda, oppure una camera di conserva dell’acqua piovana. Questione di pochi istanti: si volteranno le spalle lasciando il manufatto allo scorrere del tempo, come tante altre opere da considerarsi oramai ‘passate’. Ma non si dimentichi che il pozzo ha sovente accompagnato la nostra vita quotidiana almeno fino ai primi decenni del XX secolo. E ancora viene utilizzato in varie parti del mondo.

Il geografo yemenita Hasan Ibn Ahmad al Hamdani (X sec.) nella sua opera “al Iklil” tratta anche delle costruzioni pubbliche dello Yemen e in un passo dice: «Egli perciò pose le fondamenta di Ghumdan e scavò il pozzo chiamato Karamah, che ancora dà acqua. La sua acqua però è salata» [Mandel 1976, pp. 41-42].

Personalmente vedo il pozzo come punto di ritrovo della gente del rione, dell’isolato, quasi il bar dell’epoca, ma generalmente frequentato dalle donne. Come il lavatoio, o il fontanile, le cui acque prima di sgorgare nei vasconi di pietra e di mattoni potevano scorrere silenziose per chilometri, all’interno di un condotto sotterraneo scavato con perizia chissà quanto tempo addietro. Si potrebbe quasi percepire l’antico movimento rotatorio di coloro che giungono, posano la brocca, calano la secchia, riempiono e se ne vanno in tempi brevi o dilatati nelle conversazioni che s’intrecciano, negli sguardi che s’incrociano richiamandosi.

Le opere idrauliche come i pozzi, le cisterne e gli acquedotti sono manufatti vicini alla vita di tutti i giorni, all’uomo ‘comune’ che non si menziona nei libri di storia. Sono opere architettoniche da preservare, recuperare e studiare, perchè faticosamente realizzate affinché durassero nel tempo e dissetassero possibilmente fino alla fine dello stesso.

Così ci dice Frontino dell’approvvigionamento idrico nell’antica Roma, prima della costruzione del primo acquedotto, l’aqua Appia, avvenuto nel 312 a.: «Per quattrocento anni dalla fondazione della loro città, i Romani si contentarono dell’acqua che attingevano dal Tevere, dai pozzi o dalle fonti. Il ricordo di queste ultime è ancora vivo e si conserva con venerazione: si crede guariscano gli infermi, come le fonti delle Camene, di Apollo e di Giuturna» [Frontino, 4].

Ad esempio, il trattatista Marco Vitruvio Pollione, nel suo De Architectura, ci parla con chiarezza dell’acqua e del suo reperimento: «L’acqua è infatti di fondamentale importanza per la vita umana, dati i vantaggi che ne derivano dall’uso quotidiano. Ovviamente la si può reperire con maggiore facilità qualora esistano fonti all’aperto. Ma se essa non sgorga in superficie bisognerà cercarne le sorgenti sotterranee e convogliarle» [Vitruvio, VIII, I, 1].

Elemento indispensabile alla vita, l’acqua ha in un certo senso condizionato o ‘guidato’ lo sviluppo dell’umanità attraverso le sue molteplici manifestazioni. E tutt’oggi, nonostante le acquisite tecnologie, l’elemento acqua è ancora ben presente nel nostro quotidiano, anche come “fattore da risolvere” per coloro i quali non ne hanno un’ampia o un’immediata disponibilità.

L’elemento umano

«L’igloo lo avrebbe costruito in seguito, dopo le nevicate. Durante la settimana Agaguk si aggirò in quei pressi, per studiare le piste, scrutare bene il cielo, prender nota della direzione delle nuvole e della violenza del vento. Con il coltello, scavò nel suolo arido una buca grande tre palmi e profonda mezzo braccio, il cui fondo fu subito coperto dall’acqua. Quel pozzo gli sarebbe bastato per sopravvivere» [Thériault 1994, p. 7].

Se lo scavo è finalizzato al raggiungimento di una falda acquifera da utilizzarsi a fini potabili o irrigui, avremo pozzi ordinari e pozzi artesiani. Da una acquisita conoscenza sia del territorio che del terreno, è senza dubbio possibile che l’uomo abbia cominciato a praticare perforazioni nel suolo a ricercare l’acqua. Come, parimenti, la medesima osservazione lo ha condotto a preservare quella di natura meteorica. Senza timore di esagerare si potrebbe pensare che, subito dopo le inumazioni e le abitazioni ad uso privato, pozzi e cisterne siano le opere architettoniche realizzate in maggior numero e quasi ovunque. Trovando esplicativi alla trattazione dell’argomento i passi di Vitruvio, ne riporto un altro, interamente, perchè ha in sé un sapore antico, ma indubbiamente reale ed attuale.

«[in mancanza] di sorgenti da cui far derivare l’acqua occorrerà scavare dei pozzi. Anche in questo lavoro di scavo però bisogna procedere secondo uno schema preciso, valutando con grande cura e con intelligenza le caratteristiche naturali del luogo in quanto ogni sito presenta una tipologia estremamente varia. Anche il terreno infatti come le altre cose è composto dei quattro elementi: il primo è la terra stessa che però produce dall’elemento liquido le acque sorgive, poi viene il fuoco da cui hanno origine lo zolfo, l’allume, il bitume e infine abbiamo le fonti correnti d’aria che quando giungono attraverso i porosi meati del sottosuolo là dove si scavano i pozzi e investono gli operai che stanno lavorando, impediscono loro di respirare, per la pregnanza delle esalazioni, al punto che se non li allontanano in fretta rischiano la morte. Ma come si possono evitare questi rischi? Basta agire nel seguente modo: si cali nel pozzo una lampada accesa, se la fiamma resta accesa allora si può scendere senza pericolo, se invece le forti esalazioni la fanno spegnere allora occorre scavare ai lati del pozzo degli sfiati che consentiranno la dispersione dei vapori, come avviene attraverso le narici. Provveduto a ciò e raggiunta la vena d’acqua la si deve proteggere circondandola con un muretto per evitare che venga ostruita. Se invece il terreno è troppo duro o la vena d’acqua si trova a una profondità eccessiva, allora il rifornimento avverrà tramite la raccolta delle acque piovane dai tetti a terrazza dentro cisterne lavorate con materiale di Signa. Il procedimento da seguire sarà questo: bisogna anzitutto disporre di sabbia molto pura e granulosa, i sassi di origine silicea vanno frantumati in pezzi da non più di una libbra, la calce ben pastosa va mischiata con sabbia nella proporzione di cinque parti di rena e due di calce. Il fondo della fossa va livellato con mazze di legno ferrate fino all’altezza stabilita. Pigiata la superficie con la mazzeranga si elevi di mezzo il terreno superfluo e si spiani fino al livello inferiore delle pareti. Fatto questo si proceda con una gettata di calcestruzzo dello spessore che s’è stabilito. Se poi le cisterne fossero in numero di due o tre in modo che l’acqua potesse essere filtrata passando dall’una all’altra il suo gusto sarebbe di certo migliore e più salubre, perché l’eventuale presenza di limo subirebbe un processo di decantazione, l’acqua diventerebbe più limpida, inodore e di gusto gradevole; altrimenti dovrebbe essere purificata col sale» [Vitruvio, X, VI, 12-15].

Osserviamo un altro aspetto, dal lato prettamente ‘nostro’: se nulla esclude che il ricordo d’arcaiche tecniche per la ricerca e la conserva dell’acqua possano un giorno ritornare utili, oggi costituiscono almeno una valida base per lo studio di specifiche opere del passato, le quali sono generalmente poco considerate.

Tolle-Kastenbein afferma che: «Sebbene l’acqua dei pozzi abbia coperto in larga misura il fabbisogno idrico in tutti i periodi dell’antichità, finora si è dedicata minore attenzione allo studio dei pozzi che a quello degli acquedotti» [Tolle-Kastenbein 1990, p. 32].

Ad esempio, l’Associazione Subacquea “Orsa Minore” ha intrapreso la ricerca e la documentazione dei pozzi e delle cisterne di Perugia negli anni Settanta del XX secolo, dimostrando in quale misura tali opere architettoniche ‘minori’ interessassero il complesso e stratificato sito urbano: «All’inizio delle nostre ricerche eravamo convinti -e oggi la nostra convinzione si è ulteriormente rafforzata, alla luce dei primi risultati concreti del nostro lavoro- che pozzi e cisterne, proprio per avere avuto maggiore attinenza con la vita quotidiana degli uomini vissuti nei secoli passati, fossero fonti importantissime di informazioni sulla storia della città: dagli Statuti, dalle Riformanze medievali del Comune di Perugia e da altri documenti d’archivio, risulta infatti che nel corso dei secoli essi sono stati spesso oggetto di specifici provvedimenti legislativi e che sono stati in più di un’occasione assunti come punti di riferimento per indicare il tracciato delle strade, o come indicazione di confine tra diverse giurisdizioni civili o ecclesiastiche» [Associazione Subacquea 1981, pp. 11-12].