FEDERAZIONE NAZIONALE CAVITÀ ARTIFICIALI

HYPOGEAN ARCHAEOLOGY Research and Documentation of Underground Structures

L’immaginario collettivo
Quando si parla di cunicoli vengono alla mente i percorsi segreti sotto i castelli, dai quali il feudatario poteva scappare se nel corso di un assedio le cose volgevano al peggio. Più spesso si favoleggia d’intricati labirinti che custodiscono tesori eccezionali, protetti da incantesimi. Oppure sotterranei nascosti in zone impervie e scavati dagli antichi per chissà quali motivi, dove in tempi a noi prossimi hanno trovato rifugio i briganti. Se i cunicoli sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo è perchè alcune leggende ce li hanno tramandati “arricchiti” e un uso nel tempo ne ha conservato le vestigia.
Senza voler intraprendere un discorso sulle motivazioni del perchè non si è portati a vedere le opere cunicolari per quello che sono, desidero comporne un altro, meno affascinante e più noioso, ma forse utile alla comprensione di tanti manufatti che caratterizzano varie aree del territorio italiano.

Cunicoli e gallerie
Dal latino cuniculus, coniglio, il cunicolo (letteralmente cunìculo) identifica una piccola e stretta galleria praticata generalmente nel suolo e nel sottosuolo. Il cunicolo d’avanzata è invece il primo scavo, generalmente di sezione ridotta, con cui si procede nella perforazione di una galleria.
In senso generico, con il termine di galleria si va ad identificare un ambiente di rilevanti dimensioni e di forma allungata, destinato alla comunicazione tra ambienti contigui, oltre che a particolari altre funzioni come assicurare la continuità di un tracciato viario. Per estensione, si chiamerà galleria un cunicolo decisamente ampio, senza indagare quale ne sia la funzione.
Il traforo (tunnel in inglese) è sinonimo di galleria, di scavo artificiale impiegato come passaggio: può definire un condotto idraulico passante sotto un rilievo, anche se in architettura indica più precisamente una sede stradale e ferroviaria sotterranea. Presso Cuma abbiamo la galleria (o tunnel) di Cocceio, la Crypta Romana e l’Antro della Sibilla [BODON GIULIO 1997, Dalla ‘grotta’ alla ‘via sotterranea’. Le gallerie romane fra mito e cultura antiquaria, in Via per montes excisa, a cura di BUSANA STELLA MARIA, “L’Erma” di Bretschneider, Roma, pp. 1-55]. Quest’ultima era destinata a un traffico pedonale e dotata di vari sbocchi sulla falesia soprastante il porto. Le altre due si potevano utilizzare anche per il traffico carrabile. Virgilio ci dice: «E come, qui tratto, al borgo di Cuma sarai sbarcato, ai laghi divini, all’Averno sussurrante di boschi, la folle indovina vedrai, che in profonda spelonca i destini predice, segni e parole affidando alle foglie» [VIRGILIO, Eneide, III, 441].
Altro tunnel o traforo è la Grotta di Posillipo, tra Napoli e Pozzuoli. Badin riporta che: «Due volte all’anno, nei mesi di febbraio e di ottobre, gli ultimi raggi del sole attraversano interamente la grotta per alcuni minuti» [BADIN ADOLPHE 1876, Grottes et Cavernes, Librairie Hachette et C., Parigi, p. 121].
Con il termine “cunicolo” si possono talvolta indicare opere di estrazione o di ricerca nelle coltivazioni minerarie, qualora siano di ridotte dimensioni. E la nostra memoria non può non correre a questi luoghi disagevoli, dove talvolta venivano impiegati i bambini. Cunicoli e gallerie servivano anche all’eduzione delle acque filtranti dai cantieri sotterranei. Qualora possibile, per liberare i luoghi di lavoro (cantieri) si scavavano le opere con una minima ma costante pendenza: si consentiva così alle acque di defluire a giorno, senza dover impiegare pompe o norie.
Cunicoli e gallerie sono quelli che si spingono a captare una vena d’acqua, un acquifero o un bacino, per l’approvvigionamento idrico e “trasportarla” per caduta libera ai luoghi di fruizione. E ancora, per risanare o mantenere asciutti terreni che s’intridono facilmente, per aumentare la portata di corsi d’acqua, o per l’allontanamento di acque reflue.
Cunicoli sono anche le piccole gallerie rivestite in muratura che alloggiano tubazioni o conduttori elettrici (sottoservizi tecnologici), e gli stretti passaggi scavati dagli animali come le marmotte, le talpe, o altri ancora.
Per la conquista di una fortificazione non era inusuale scavare un cunicolo che superasse le mura, e sbucando all’interno vi sorprendesse i difensori. Vissuto tra il IV e il V secolo d.C., Vegezio suggerisce un espediente a prevenire tale minaccia: «I fossati, poi, davanti alle città devono essere scavati larghissimi ed altissimi, affinché non possano essere spianati e riempiti facilmente dagli assedianti e, cominciando a ridondare di acqua, non consentano minimamente che l’avversario continui a preparare cunicoli. Infatti in due modi s’impedisce che si compia il lavoro sotterraneo: con l’altezza e l’inondazione dei fossati» [VEGEZIO FLAVIO RENATO 1984, De Re Militari (L’arte militare), a cura di ANGELINI ANTONIO, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, IV, V].
Parlando delle strategie utilizzate per vincere una battaglia, Frontino ci riferisce come Caio Giulio Cesare ridusse alla sete la città dei Carduci, la quale era protetta dall’ansa di un fiume e ricca di fonti: con gli arcieri impedì agli assediati di raggiungere il corso d’acqua e tramite lo scavo di cunicoli distolse l’acqua dalle loro fonti «C. Caesar in Gallia Cadurcorum civitatem, amne cinctam, et fontibus abundantem, ad inopiam aquae redigit, quum fontes cuniculis avertisset, et fluminis usum per sagittarios arcuisset». [FRONTINI SEXTI JULII 1999, Strategematicon (Gli stratagemmi), a cura di GALLI FRANCESCO, Argo Ed., Lecce, III, VII, 2].
Con l’invenzione e l’applicazione della “polvere pirica” si scava invece un cunicolo o una galleria fin sotto la cinta bastionata e si ricava una camera detta “fornello da mina”. Riempita di esplosivo e ‘intasato’ il condotto, si accendeva la miccia innescando le polveri. Si faceva così ‘saltare in aria’ la soprastante fortificazione. Di contro, a partire dal XVII secolo, si cerca di dotare sistematicamente le fortificazioni di gallerie e cunicoli di contromina, per intercettare in anticipo eventuali scavi avversari. Tali sistemi rimangono in uso fino al XX secolo, trovando lunga e triste applicazione soprattutto nel corso della Grande Guerra sul fronte montano.
Siamo andati così ad individuare una serie di opere che non hanno nulla di fiabesco, ma che tutte indicano un percorso ipogeo, ovvero sotterraneo. Quello che a noi interessa è innanzitutto capire a cosa in origine fossero destinati tali percorsi. E quali ne siano stati gli eventuali successivi utilizzi. A questo punto gli assegneremo l’esatta definizione, ovvero lo collocheremo in una “tipologia”.
Per tale “collocazione tipologica” si rimanda alla schedatura presentata in varie occasioni e articolata come segue [PADOVAN GIANLUCA 2002, Civita di Tarquinia: Indagini Speleologiche. Catalogazione e studio delle cavità artificiali rinvenute presso il Pian di Civita e il Pian della Regina, British Archaeological Reports International Series 1039, Oxford, pp. 33-39. PADOVAN GIANLUCA 2002, Note per la catalogazione e la comprensione delle opere idrauliche sotterranee, in In binos actus lumina, Rivista di Studi e Ricerche sull’Idraulica Storica, Atti del Convegno Internazionale di Studi su Metodologie per lo Studio della Scienza Idraulica Antica (Ravenna, 13-15 maggio 1999), a cura di GIORGETTI DARIO E RIERA ITALO, Agorà Edizioni, La Spezia, pp. 327-352. PADOVAN G. (a cura di), Archeologia del sottosuolo. Lettura e studio delle cavità artificiali, British Archaeological Reports, International Series, S1416, Oxford 2005].

 

Bolsena: Cunicolo del Bisteccaro CA 035 LA VT

 

La classificazione per tipologia delle cavità artificiali

1. OPERE DI ESTRAZIONE
cava, miniera.

2. OPERE IDRAULICHE

2 a. PRESA E TRASPORTO DELLE ACQUE
acquedotto, canale artificiale sotterraneo, canale artificiale voltato, condotto di drenaggio, corso d’acqua naturale voltato, emissario sotterraneo, galleria filtrante, pozzo di collegamento.

2 b. PERFORAZIONI AD ASSE VERTICALE DI PRESA
pozzo artesiano, pozzo graduato, pozzo ordinario, pozzo ordinario a raggiera.

2 c. CONSERVA
camera di condensazione, cisterna, ghiacciaia, neviera.

2 d. SMALTIMENTO
fossa settica, fognatura, pozzo chiarificatore (o biologico), pozzo di drenaggio, pozzo nero, pozzo perdente.

3. OPERE DI CULTO
cripta, eremo rupestre, eremo sotterraneo, favissa, luogo di culto rupestre, luogo di culto sotterraneo, mitreo, pozzo sacro.

4. OPERE DI USO FUNERARIO
catacomba, cimitero, colombario, domus de janas, foiba, morgue, necropoli, ossario, tomba.

5. OPERE DI USO CIVILE
abitazione rupestre, abitazione sotterranea, apiario rupestre, butto, cantina, carcere, camera dello scirocco, colombaia, cripta, criptoportico, frantoio ipogeo, fungaia, galleria ferroviaria, galleria pedonale, galleria stradale, granaio a fossa, grotta artificiale, insediamento rupestre, insediamento sotterraneo, magazzino, ninfeo, palmento ipogeo, polveriera, sotterraneo, strada in trincea.

6. OPERE DI USO MILITARE
bastione, batteria, castello, capponiera, casamatta, cofano, contromina, cunicolo di demolizione, forte, galleria, galleria di controscarpa, galleria di demolizione, galleria stradale, grotta di guerra, grotta fortificata, mina, opera in caverna, polveriera, pusterla, ridotta, ridotto, rifugio, riservetta, rivellino, sotterraneo, tamburo difensivo, traditore, trincea.

7. OPERE NON IDENTIFICATE
opere o strutture di cui s’ignora l’esatta funzione.

 

Lo scavo del sottosuolo
Ma perché l’uomo comincia a scavare il suolo? In via del tutto suppositiva, potrei immaginare che il vivere nella natura lo abbia portato ad osservare anche le abitudini e i comportamenti di alcuni animali, traendone insegnamento, se non anche uno spunto. I motivi di applicazione non gli sono poi venuti a mancare.
Per l’essere umano la grotta ha rivestito un carattere di rifugio, di luogo protetto dove sostare o da adibire al culto: «Dalla storia dell’architettura, la caverna è vista come elemento propulsore negli sforzi condotti dall’uomo alla ricerca di una strutturalità, se non il primo punto di partenza» [ROSSI-OSMIDA GABRIELE 1974, Le caverne e l’uomo, Longanesi & C., Milano, p. 17].
Ma tale cavità potava unire a indiscutibili vantaggi anche fattori quali umidità, stillicidio, frequentazione da parte di animali indesiderabili e un’ubicazione non sempre vicina alle proprie esigenze. Ad esempio, nell’osservare gli insediamenti rupestri delle Murge, si può supporre che l’uomo possa avere tratto spunto dalle cavità naturali per realizzarne di proprie, artificiali, secondo acquisiti intendimenti, ottenendo anche ipogei ben articolati: «Così i luoghi dell’attività agricola e pastorale, unità di produzione, punti di riferimento familiari legati a un tumulo, a una cisterna d’acqua, a una grotta, evolvono in strutture socioeconomiche organizzate per la difesa e il culto e dotate di attività di produzione e di servizio, dai mulini alla tessitura, ai magazzini delle derrate destinate al mercato. E’ il lungo processo che porta alla costituzione di un centro comune» [LAUREANO PIETRO 1993, Giardini di pietra, Bollati Boringhieri, Torino, p. 103].
Non è da escludere che l’osservazione di un corso d’acqua uscente da una grotta abbia suggerito, inoltre, di andare a provare a scavare la roccia laddove gli necessitava una fonte di approvvigionamento idrico. Oppure di aver voluto seguire il flusso d’acqua di una sorgente attraverso la matrice rocciosa per vedere da dove provenisse, o nell’intento di aumentarne la portata.
La ricerca di materiali per la fabbricazione di utensili può aver indotto prima a raccattare quanto vi era sul terreno e in seguito a cavare pietre, come la selce (roccia silicea di origine sedimentaria che si deposita all’interno di formazioni calcaree in forma di liste e di noduli) direttamente nei punti di affioramento, sia a giorno che in grotta. Un esempio ci è dato dalla miniera della Defensola, vicino a Vieste, dove il lavoro di estrazione della selce da una formazione calcarea ha lasciato una serie di bassi cunicoli disposti su due livelli, con pozzi che si connettevano all’esterno [DI LERNIA SAVINO, GALIBERTI ATTILIO 1993, Archeologia mineraria della selce nella preistoria, Edizioni all’Insegna del Giglio, Firenze, pp. 23-38 e seg.]. Lo studio del sito ha restituito alcuni materiali ceramici riferibili al Neolitico Antico e inquadrabili nella parte centrale del VI millennio.
Con la nascita e lo sviluppo della metallurgia, l’oggetto dell’estrazione diventa il minerale e attraverso le coltivazioni le tecniche di scavo si evolvono anche nell’eduzione delle acque. Secondo Forbes, l’osservazione dei fenomeni naturali, associati all’esperienza in campo minerario e nello scavo delle gallerie, diedero origine all’applicazione di opere sotterranee per la ricerca delle acque [FORBES R.J. 1993, Ingegneria idraulica e impianti sanitari, in Le civiltà mediterranee e il medioevo, Storia della Tecnologia 2, Tomo Secondo, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 674-706].
La graduale e innovativa conquista dell’agricoltura sviluppa nell’uomo la capacità di approvvigionarsi e regimentare le acque. Drower afferma che: «L’irrigazione, ossia la somministrazione artificiale di acqua ai seminati là dove le piogge sono insufficienti, è inseparabile dal prosciugamento, ossia la rimozione dell’acqua dalla superficie del terreno” aggiungendo che tale associazione “porta a esaminare anche la questione generale dei rifornimenti idrici effettuati per altri scopi, come ad esempio quello di avere acqua potabile, dato che i pozzi e le cisterne, i canali e gli acquedotti possono servire sia per l’irrigazione sia per fornire acqua potabile a uomini e bestie» [DROWER M.S. 1993, Fornitura di acqua, irrigazione e agricoltura, in La preistoria e gli antichi imperi, Storia della Tecnologia 1, Tomo Secondo, Bollati Boringhieri, Torino, p. 529].
In via del tutto suppositiva posso pensare che se da una copiosa sorgente io desidero derivare l’acqua mediante canali praticati nel suolo, per irrigare gli orti e rifornire il villaggio, mi preoccuperò innanzitutto di proteggere quella che utilizzo a fini potabili. Questo mi porterà a coprire il canale. Plausibilmente, se ne avrò la possibilità, anche spinto dall’aver capito che una semplice ‘copertura’ non basta, proverò a condottare l’acqua sorgiva mediante tubature lignee, fittili, oppure di pietra, a seconda sia delle mie possibilità, sia delle mie acquisizioni tecnologiche. Sempre in via ipotetica, posso accorgermi che riesco a preservare detto liquido anche facendolo scendere sotto terra, scavando un cunicolo nella roccia fino a giungere al villaggio. Ma questi sono solo possibili e ipotetici esempi.
Non bisogna scordare che le sepolture nel suolo costituiscono senz’altro il tipo di scavo più diffuso e praticato da molto tempo, trovandolo presso quasi tutte le culture. Le necropoli sarde denominate “domus de janas” si sviluppano a partire dal Neolitico Medio (circa V millennio) fino almeno alla Prima Età del Bronzo. Tali ipogei venivano scavati in ogni tipo di roccia: con esteso sviluppo planimetrico nel calcare, nell’arenaria e nel tufo trachitico, rimangono di dimensioni contenute nel granito e nel basalto [LO SCHIAVO FULVIA 1996, Miniere e metallurgia in Sardegna: la ricerca archeologica dal presente al passato, in La miniera l’uomo e l’ambiente, a cura di PIOLA CASTELLI F., AGOSTINETTI PIANA P., All’Insegna del Giglio, Firenze, pp. 187-197].
Si può pertanto affermare che singoli fattori, o il loro concorso, abbiano favorito la nascita e lo sviluppo delle tecniche di scavo, dando luogo a cavità artificiali con differenti destinazioni. Come afferma il filosofo Kant: «sebbene ogni nostra conoscenza cominci con l’esperienza, non perciò essa deriva tutta dalla esperienza» [KANT IMMANUEL 1977, Critica della ragion pura, Editori Laterza, vol.1, p. 40].

La struttura delle opere cunicolari
Le dimensioni dei cunicoli sono mediamente comprese tra i cinquanta centimetri e il metro di larghezza, e i cinquanta centimetri e i due metri e mezzo d’altezza. Certamente vi sono opere le cui dimensioni sono maggiori, ma, come precedentemente detto, andrebbero ad accostarsi – più o meno propriamente – al concetto di ‘galleria’.
Per comodità possiamo indicare come forma base la sezione rettangolare con arco di volta a tutto sesto, semplicemente scavata sia nella roccia che in altro materiale, e dotata di rivestimento parziale o completo. Oppure praticata mediante uno scavo a giorno coperto successivamente. Su questa s’impostano innumerevoli varianti, non sempre distintive di una funzione, di un dato periodo storico, di una certa area geografica, o di una particolare cultura. Abbiamo pertanto volte ad arco policentrico, ribassato, ellittico, oppure acuto più o meno accentuato. Non mancano esempi di scavi aventi volte piatte, o cunicoli e fosse (incamiciate o meno) dotate di lastre di copertura poste orizzontalmente o ad angolo acuto.
Le pareti potranno andare a rastremarsi progressivamente dal fondo all’imposta di volta, a convergere da questa verso il fondo, oppure assumere curvature in direzione esterna più o meno accentuate. Le ultime due soluzioni erano determinate, non solo nelle miniere, dalla possibilità di contenere lo scavo lasciando fondo e volta di ridotte dimensioni, ma allargandosi lateralmente per consentire un passaggio agevole anche con i carichi sulle spalle. Non mancano esempi ovoidali ed ellittici, od anche quadrangolari sia regolari che irregolari. Una forma classica, che si perpetua per lungo tempo, è quella della sezione a forma di ‘botte allungata’ (o tronco-biconiche). Dai piedritti in muratura potranno sporgere mensole in conci o mattoni, che servivano a sorreggere le capriate; oppure queste venivano anche appoggiate direttamente sull’imposta, andando a creare un arco di volta leggermente più ampio dello spazio compreso tra la sommità dei piedritti, conferendo alla sezione una forma a fungo. Non mancheranno fori per alloggiare sostegni lignei, lucerne, od altro ancora. In casi particolari avremo scanalature per lo scorrimento dell’acqua che procedono lungo una parete, oppure per la raccolta della stessa.
Nel caso di opere di condotta il fondo e le pareti potranno essere rinforzate o rivestite per contenere l’azione disgregatrice dell’acqua, oppure essere dotate di tubature. Generalmente in cotto, non mancano esempi lignei, in pietra o in metallo. Sempre sul fondo potremo avere la presenza di canalette (gorelli), marciapiedi laterali, o incavi rettangolari per l’alloggiamento di traversine, come nelle miniere. Si riscontreranno anche scavi aventi il canale di scorrimento ben al di sotto del piano di calpestio, come in un tratto dell’acquedotto di Eupalino a Samo; oppure sempre un piano di scorrimento a lunghi e bassi gradini, con stretto e alto marciapiede laterale, analogamente a un cunicolo di adduzione della Fontana del Lantro a Bergamo.
È possibile che la sezione di una medesima opera cunicolare vari lungo il percorso e lo scavo in roccia alterni forme differenti, anche presentando tratti rivestiti sia all’incontro con rocce poco coese, che di ‘tasche’ di materiale incoerente, o con l’approssimarsi alla superficie.
Non credo pertanto che l’alternanza di forme e di tipi di rivestimenti dipenda solo dall’impiego di differenti addetti ai lavori – con cognizioni anche dissimili – seppure occorra ipotizzare che un cambio di maestranze costituiva un espediente per non consentire la conoscenza di un intero tracciato.
Comunque, come in campo minerario si riscontrano soluzioni a seconda del tipo di roccia incontrata e dal tipo di scavo che si è inteso operare, analogamente capita anche in altri manufatti. Ad esempio, se un tratto rivestito in mattoni prosegue in materiale lapideo, con buone probabilità è perché sono terminati i mattoni, non perché sia cambiata la squadra. Si possono inoltre riscontrare tratti rifatti, a seguito di cedimenti o di una mutata destinazione, che alterano l’aspetto originario.
La stessa forma potrebbe subire mutazioni a seguito dell’innescarsi di fenomeni di pseudo carsismo [CASTELLANI VITTORIO 1975, Su alcune forme di pseudo carsismo indotto, in Atti del II Convegno di Speleologia Abruzzese. 1973, Museo di Speleologia V. Rivera, L’Aquila, pp. 121-126]. La circolazione d’acqua tende ad erodere il fondo e le pareti del condotto, e causarne il crollo. Conseguentemente le forme si allargano e soprattutto si approfondiscono. La stessa circolazione, o la semplice percolazione interna, possono dare luogo a deposizioni calcaree tanto consistenti da ridurre sensibilmente lo speco.
Sulla roccia si possono leggere le tracce lasciate dagli attrezzi di scavo e talvolta incisioni come lettere o simboli. Questi ultimi, con particolare frequenza in parti restaurate, si riscontrano tracciati sulle malte. I rivestimenti sono quanto mai vari: mattoni, ciottoli, conci, pietrame, li ritroviamo messi in opera sovente con molta cura, e talvolta recano ancora tracce del legante. In alcuni casi la copertura è realizzata in embrici o apposite forme in cotto.
Lo scavo può aver luogo a cielo aperto e raggiungere un punto prestabilito, sbucando o meno a giorno, collegare tra loro opere ipogee o naturali, oppure a seguire un filone o una vena d’acqua, o semplicemente alla loro ricerca. La profondità a cui si possono sviluppare non è indicativa della destinazione, anche comprensibilmente considerando le variazioni di quota a cui può essere soggetta la morfologia di superficie.
Salvo i casi in cui si è avanzato esclusivamente in cavo cieco, alle opere cunicolari sono connesse le perforazioni verticali. Stabilito il tracciato, ad intervalli generalmente compresi tra i venti e i cinquanta metri (seppure non manchino tratte da duecento e più metri), verranno scavati dei pozzi fino a raggiungere la quota stabilita, a cui l’opera si deve sviluppare. Dalla base dei pozzi si scaverà poi nelle opposte direzioni fino a incontrare i vicini fronti di scavo. Completato il tracciato, potranno rimanere aperti, o comunque coperti od occultati.
Ad esempio, così insegna Vitruvio: «Se tra la città e la fonte sorgono delle alture, occorrerà scavare gallerie sotterranee badando a mantenere la pendenza necessaria, come si è detto innanzi. Se il terreno è di natura tufacea o roccioso basterà semplicemente scavare un canale; se invece è terroso o sabbioso si crei un rivestimento in muratura sul fondo e ai lati, con relativa copertura di volta, dopodichè vi si potrà fare scorrere l’acqua. Si creino inoltre dei pozzi d’areazione a intervalli di centoventi piedi l’uno dall’altro» [VITRUVIO MARCO POLLIONE 1997, De Architectura (L’architettura), Edizione Studio Tesi, Pordenone-Padova, VIII, 5].
Parrebbe che l’intervallo tra un pozzo e l’altro sia determinato anche dalla perizia delle maestranze nel calcolare tre dati fondamentali: profondità, direzione e pendenza. Più le tratte si allungano, più la possibilità d’errore aumenta.
Se l’opera è destinata al trasporto delle acque, tali pozzi serviranno alle ispezioni periodiche e alle manutenzioni, oppure per il sollevamento del liquido, come tuttora avviene, ad esempio, in Medio Oriente e in territori dell’Africa Settentrionale. Non mancano esempi di discenderie e scalinate che raggiungono lo speco, cunicoli laterali, oppure, come già prospettato, di scavi a cielo aperto rivestiti e dotati di volta, in cui venivano lasciati sia pozzetti d’ispezione che altre soluzioni, per l’accesso.
Lungo i percorsi sotterranei è abbastanza consueto leggere gli errori d’incontro i quali vanno a determinare rami ciechi, ‘denti’ di roccia sporgenti e repentini salti di quota.
Un impianto di presa e di trasporto delle acque può emungere la falda acquifera attraverso uno o più rami, o attraverso pozzi, oppure prelevare l’acqua da un bacino artificiale o naturale, o captare una sorgente oppure l’acqua di fiumi o torrenti.
Generalmente le opere destinate al trasporto delle acque hanno un’inclinazione minima, affinché l’acqua fluisca senza asportare il materiale di contatto (fenomeno per altro inevitabile nel corso del tempo).

Considerazioni
Il punto di partenza, ovvero la ‘base’, per lo studio di un tracciato sotterraneo è la sua restituzione grafica, auspicabilmente in scala 1:50 o al massimo 1:100, in pianta e in sezione. E con sezioni trasversali dello speco almeno ogni 10 metri.
La Speleologia in Cavità Artificiali, meglio definibile come “Archeologia del sottosuolo”, ha dato prova di saper ‘estrarre’ dati fruibili. Ha saputo inoltre studiare ed elaborare tali dati rendendo un servizio alla conoscenza del nostro passato, in funzione del presente.

Le seguenti foto sono state scattate nell’acquedotto d’epoca romana di Cagliari, nell’Acquedotto di Fontana Antica a Tarquinia, nella fortezza sabauda di Demonte in Valle Stura e nell’acquedotto medievale situato sotto Palazzo Frizzoni a Bergamo.