Considerazione iniziale
Talvolta la lettura di alcuni brani del passato può indurre a riflettere su come un tempo si avesse la visione di quel mondo, tutt’altro che arcano, che la natura ha creato nel sottosuolo.
Sometimes the reading of some passages concerning the past may suggest some reflections on the way of looking in the past at the world- which is not so arcane- created by nature in the subsoil.

Trattato degli uccelli
«DEL VOLARE IN COMUNE COME UCCELLI, PIPISTRELLI, PESCI, ANIMALI INSETTI
7. Il volare de’ pipistrelli ha per necessità d’alie panniculari con intera panniculazione, perchè li animali notturni, di che lui si ciba, hanno per loro scampo la revoluzione loro, molto confuse, la qual confusione è mista di varie revoluzioni e fressuose tortuosità. E al pipistrello è necessario alcuna volta il predare riverscio, alcuna volta obliquo, e così altri vari modi, il che far non potrebbe senza sua ruina con alie di penne traforate» [Recupero Jacopo (a cura di), Leonardo. Scritti. Trattato della pittura. Scritti letterari. Scritti scientifici, Ariccia 2002, p. 608].

MOTO STRUMENTALE
«28. Ricordatisi come il tuo uccello non debbe imitare altro che ‘l pipistrello, per causa che e pannicoli fanno armadura ovver collegazione alle armadure, cioè maestre delle alie. E se tu imitassi l’alie delli uccelli pennuti, esse sono di più potente ossa e nervatura, per essere esse traforate, cioè che le lor penne son disunite e passate dall’aria. Ma il pipistrello è aiutato dal panniculo che lega il tutto e non è traforato» [Recupero Jacopo (a cura di), Leonardo. Scritti. Trattato della pittura. Scritti letterari. Scritti scientifici, Ariccia 2002, p. 622].

Il “volumone”
Il Codice Leicester viene generalmente considerato come un “trattato d’idraulica”. Tra le varie cose proprio gli studi di idraulica condussero Leonardo ad occuparsi del moto delle acque, del principio dei vasi comunicanti, nonché a cercare di chiarire l’origine e la circolazione delle acque nelle cavità naturali. Le argomentazioni proposte a sostegno dei suoi studi lasciano intuire quanto all’epoca non fosse così scontato che le acque non penetrassero nei complessi carsici perchè “risucchiate” dalle profondità della Terra. Ecco la trascrizione del curatore (Introduzione al Codice di Leonardo da Vinci della Biblioteca di Lord Leicester in Holkam hall, pubblicato sotto gli auspici del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere da Gerolamo Calvi. Milano, Casa Editrice L. F. Cogliati, Corso di Porta Romana n. 17, MDCCCCIX):

FOLIO 3 – recto (tavola n° 1)
«settu voraj dire chellacqua chessi versi delle vene sia dacuqe ragunate p le cauerne de montj acquesto …»

Ed ecco lo “scioglimento” del testo vinciano (a seguire la riproduzione del manoscritto, le pagine riportano nella metà superiore la “trascrizione diplomatica”, mentre in quella inferiore la “trascrizione critica”. Il curatore ha inserito le proprie note tra parentesi quadre [ ], che successivamente ritroviamo anche nella trascrizione del passo tratto dal Codice Arundel):

Folio 3 – recto
«Se tu vorrai dire che l’acqua, che si versi delle vene, sia d’acque ragunate per le caverne de’ monti, a questo ti si risponderà che l’acqua, che si genera per esse caverne, o ell’è più l’entrata che l’uscita, o ell’è più l’uscita che la entrata, o vero l’uscita sarà equale alla entrata. Sell’è più l’entrata dell’acqua nella caverna che la sua uscita, la caverna s’empierà integralmente, e ne caccerà tutta l’aria, e se l’acqua occupa tutta la bocca dell’uscita, e’ non potrà discendere più acqua, perchè l’aria non potrà restaurare il vacuo, che darebbe l’acqua nel lasciare di sè la caverna in parte vuota; onde, per necessità, essa caverna stante sempre piena d’acqua, tanto ne riempirebbe la vena, che porge l’acqua alla caverna, quanto voterebbe la bocca, che (man) versa l’acqua fori della caverna, onde tal moto sempre sarebbe continuo ed equale, la qual cosa mai si vede, perchè a tutte le vene, che versono l’acque fori de’ monti, diminuisce e manca l’acqua assai la state, e ‘l verno si fanno abbondanti. E s’ell’è più l’uscita che la entrata, allora l’acqua mancherà nella uscita intanto che si farà equale alla entrata. E facendosi l’entrata equale alla uscita, allora il moto fia d’ogni tempo equale. Dicano alcuni che l’acque piovane son causa dell’accrescimento delle vene, che versan l’acque ne’ fiumi: si po negare coll’esempio de’ fossi delle città, che spesso, essendo votati d’acqua e po’ di terreno, ho veduto asciutto e secco sotto il fango. Ma potrebbesi ben dire in tali fossi la densità della creta ovviare e proibire la penetrazione dell’acqua sotto di sè, come si vede nelle citerne fatte nell’acque salse, le quali sono attorniate, fori dalla lor muraglia e rena, di questa terra, di che si lavora li vasi, finissima, e mai la potenzia dell’acqua salsa nolla può penetrare, e così l’acqua sempre si conserva dolce nelle (caver) citerne. Ma nelli monti dove le falde delle pietre so[n] poste oblique o per diritto, essendo vestite esse falde di poca terra, l’acque piovane subito penetrano essa terra, e discorran (ne) infra le fessure delle pietre, e incorporasi, e empie di sè le vene e lochi cavernosi; ancora le nevi, che si risolvano delle alpe con tarda resoluzione, retenute dalla interposizioni delle radici e foglie delle minute erbe de’ prati, penetra con più facilità infra le fessure de’ sassi, ch’ella non corre per le dette radice d’erbe, onde, oltre a quella neve resoluta, che la state ingrossa li fiumi, gran parte è quella che penetra per le dette fessure de’ sassi, che compongano li monti. Qui seguirò, e farò un poco di discorso del trovare le acque, benchè paia alquanto fori del nostro ordine, e po’ le metterò per ordine alli lor lochi nel distendere dell’opra. Dico che quella acqua più penetra un medesimo terreno, dov’elli è più piano, e men penetra, dove esso (è p) è manco obbliquo. Ancora, (dov) in pari planizia, quel terren sarà più penetrato, dove esso è manco denso e manco grasso; e così de converso. E dove le pietre si mosterà per taglio, o poche obblique inverso il cielo, quivi fia gran penetrazione d’acqua, e massime quando tal pietre son tramezzate da lastre alberesi; e poco fian penetrate quelle falde, che saran tramezzate da grassa creta; e se le pietre, che si mostrano al cielo (per) colle lor fonti, sarà lastre di minuta grossezza, queste fien bevitrice d’assai acqua piovana, la qual tutta si scaricherà al primo piegamento di falde. Dove le lastre fieno più grosse, ancor che stieno per ritto, quivi penetra meno le acque; e dove più sottili, più, come dissi, fien penetrate dall’acque. Dove li terreni saran sabbionosi, quivi fia abondanza d’acqua. Dove fia ghiara grossa, l’acqua per tutto fia beuta, e si fuggirà con prestezza del suo fondo. Sonci l’acque dell’Adice, delle quali si dirà le varietà, secondo li terreni, rene, e ghiare …».

Inoltre:

Folio 3 – verso (tavola n° 2)
«Se tu dirai che l’acqua monta alla maggiore altezza de’ monti, come beuta o tirata, a uso di spugna, de’ lochi bassi alli alti, qui si risponde colla quinta del 6°, la qual prova, che l’acqua, che per sè monta nella spugna o feltro o altro corpo poroso, non si spiccherà, nè discenderà mai d’essa porosità, se non più bassa che la sua entrata in esso corpo. E se tu dicessi che ‘l caldo del sole la tirassi in alto delle caverne de’ monti insino alla sommità de’ monti, sì come essa la tira de’ laghi e mari scoperti, in forma di vapore, alla composizione de’ nuvoli, qui si risponde che, se ‘l caldo fussi causa di tirare li principî de’ fiumi alle cime de’ monti, che, dov’è maggior caldo, quivi sarebbe più grosse e più abondante vene d’acque, che ne’ paesi freddi: il che si vede il contrario, con ciò sia che le parti settantrionali, essendo freddissime, più sono abbondanti d’acque e di fiumi (che le) che le calde rigioni di meridio; e ancora seguirebbe che li (m) nostri fiumi verserebbono più acqua la state che ‘l verno, perchè il sole più scalda li monti, che non fa il verno. E ancora li monti sono più vicini alla fredda regione dell’aria, che non sono le valli; e nelle parte settantrionali, sono li sua monti quasi al continuo vestiti di neve e di diaccio, e pure ànno grande origine di fiumi. E se tu dì che sia per cagione della (so) esalazione del caldo della natura, lo quale vapora le ‘ncluse umidità delle basse acque coperte dalle caverne de’ monti, e tal vaporazione fa nella volta della caverna, come fan le distillazioni vaporate nel cielo del limbicco: qui risponderemo che sempre tali volte sono asciutte, (e se) come si vede nelle cave sotterrane delle miniere de’ metalli; e se tu dicessi che le caverne, che ànno sotto li laghi, fussino (il contrario) d’altra natura che quelle delle miniere, allora si dirà che tale acqua bisognia che abbia quella condizione, che à il detto limbicco, cioè con quello canale, nel quale scolano tutte le gocciole composte nel celo dello (caverna) limbicco dalla umida vaporazione dell’acqua destillata, che in quella percote.

Ancora
[Figura] Livello del mare esalato dalli fochi, che stan nel centro o ver corpo della terra

[Fig.:] Carbon di fuoco n r S a.
[Fig.:] Fuoco p m b.
[Sotto le due figure precedenti:] Se sopra il vaso n sarà posto il carbon del foco, l’acqua, ch’era alla bassezza r s, monterà all’altezza n; e questo non accade perchè il caldo tiri su l’acqua, ma perchè si consuma l’aria per lo introito del foco, il quale non è soffiziente pieno, e l’acqua per sé si leva alla restaurazion del vacuo. Ma se (ss) tu voli esser chiaro che l’acqua non è tirata dal foco, fa un buco al vaso m nel punto p, e vedrai l’acqua non s’alzerà del suo sito.

[Figura]
Perchè sempre la esalazione delli vapori corre dirieto alla sua uscita, gli è necessario che, se l’uscita delle distillazioni è disotto, che tal distillazione sia discensoria. E questa è contro a quelli che vogliano che la elevazion dell’acqua alli monti sia perchè il caldo tira in alto li omori al celo delle caverne: qui si dimostra sol dirizzarsi all’uscita, cioè al principio delle vene de’ fiumi; per la qual co[a sinistra, seguendo la linea tracciata da Leonardo:]sa si troverà più tosto in tali casi l’aria entrare per li spiraculi delle caverne disopra riscaldate, che esso caldo (media) tiri l’acqua dalla sua bassezza (al versamento) alli alti surgimenti, che dan principio alli fiumi; e volendo tu qui rispondere che la gran copia dell’aria, che concorre per li spiracoli nella rareficata aria della caverna, è quella ch[e] si converte in acqua, qui si risponderà che li condotti, che versan le loro a[c]que per una sola canna, che essa canna non potrebbe versare al cont[i]nuo le sue acque, con ciò sia che un tempo arebbe per tal canna a entrare l’a[ri]a, colla quale si compone l’acqua, ch’ess’à a versare, e un altro tempo ar[eb]be nel versamento d’essa canna, la qual cosa non sendo confe[r]ma dal[la spe]rienza, s’arguisce non essere nulla.
[Al di sopra della precedente :] (l) Adunque, abiano di sotto concluso, non l’aria, che vien di fori, non lo caldo, che sopra scalda il monte, pella comparazion del buco fatto nel vaso m, che più presto tirerebbe l’aria per esso buso, per essere lieve, che l’acqua delle vene, per essere più grieve. Ecco che bisognia confessare ch’ella non sia tirata dal caldo del sole, perchè gitterebbe più di state che di verno; ecco non è l’aria, che si converta in acqua, (che) perchè, essendo la bocca della vena, che’esce dal monte, tutta piena d’acqua, quivi non si potre’ dare entrata all’aria, onde l’acqua manchereb[be], e se dopo tal mancamento si dessi lo’ntroito all’aria, tale acqua non sare’ continua».

Folio 7 – verso (tavola n° 3)
«L’acqua s’inalza quanto essa discende, essendo il suo transito circundato da canna.

L’argine alzata dinanzi alla polla dell’acqua, che surge della radice del monte, alzerà l’acqua di fori, com’essa (era) all’origine dentro al monte.

[In margine, fig.:] d f e g b h a i vena senza moto, che viene a rimaner morta.
(Ma)
Sempre non è simile l’acqua (r), che versa sopra la rirogazione della sua vena, ma spesse volte molto minore; e questo a[cca]de per la (ra) origine della ramificazione delle vene sue, le quali sono in diverse altezze situate, (e se la v) (e mai nessun’acqua) e, se la ringorgazione dell’acqua uscita della sua vena s’inalza vicina all’altezza della più alta (v) origine d’un de’ detti rami, essa ringorgazione non verserà se non tanta, quant’emette tale minimo ramo.

[In margine, fig.:] a acqua b fil dell’acqua che versa bottino ripieno dell’acqua della vena ringorgata della vena vena dell’acqua c.
Mai l’acqua versata dell’argine della vena ringorgata fia della abondanza, ch’ell’era avanti che fussi ringorgata. E questo accade, perchè, in tal surgimenta d’acqua elevata alle somme altezze dell’argine, che la ringorga, non si eleva nessu[n]a parte di quelle vene, che ànno le loro origini più basse che li labri dell’argine detta.

La vena dell’acqua, che cade delle radice de’ monti, quanto più s’apre allo ingiù, tanto spesse volte si rende più abbondante. E questo accade per causa che le vene, ch’eran colle loro origini più basse che ‘l loco, donde versava la vena, non potea versare per essa vena, ma si diaceva sanza corso alcuna, la quale, poi che sarà abbassata l’uscita della vena, quella che prima era immobile, piglierà subito moto, e ingrosserà l’uscita, e faralla più abondante.

Sia fatti e’ fossi per quel verso, dove li pozzi voti rendan con più prestezza l’acque alla prima altezza onde si parte; e mai si faccia essi fossi per fare li fontanili, che prima non si facci più pozzi per più linie (diverse) …».

Folio 11 – verso
Casi 27
«Come molte vene sono immediate venute al manco; e questo accade per qualche ruina di spelonca, inclusa nel corpo della terra, la quale impedisce il transito alle predette vene. Come molte vene son quelle, che immediate son nate, e son permanenti; e questo è accaduto quando alcuno diume à tanto, pel suo lungo corso, consumato del monte, che egli à rotte alcune vene d’a’qua, che di lì passavano; e anco po accadere, come di sopra dissi, della spelonca ruinata, che chiuse una vena, la quale acqua può tanto essere alzata in detta spelonca, ch’ell’è pervenuta alla altezza di qualche fessura di sasso, onde poi à preso la sua esalazione ed ha fatto nuovo fiume. Come molte vene d’acqua salata si trova fortemente distante da mare; e questo potrebbe accadere perchè tal vena passassi per qualche miniera di sale, come quella d’Ungheria, che si cava il sale per le grandissime cave, come qua si cava le pietre. Come, inelli scogli circundate dall’acque salse, e infra esse acque salse medesima mente, surgano, in molti lochi, l’acque dolci. Come, in molti lochi, si trova vene d’acqua, che sei ore crescano e sei ore calano; e io per me n’ò veduta una in sul lago di Como, detta fonte Pliniana, la qual fa il predetto cresciere e diminuire, in modo che, quando versa, macina più mulina, e, quando manca, cali sì, ch’egli è come guardar l’acqua ‘n un profondo pozzo…».

Ed ecco la descrizione di una grotta, sempre ad opera del Maestro, che ritengo sia una delle più accorte e suggestive descrizioni di quanto possa muovere l’animale umano alla scoperta della natura e di quel che nell’animo dell’uomo si muova al cospetto dell’ignoto:

«E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, e colla destra mi feci ten[ebre] alle abbassate e chiuse ciglia; e spesso piegandomi in qua e in là per [ve]dere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi [per] la grande oscuri[t]à che là entro era. E stato alquanto, subito sa[l]se in me due cose, paura e desiderio: paura per la minac[cian]te e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcu[na] miracolosa cosa» [Codice Arundel, 155 r] (Augusto Marinoni (a cura di), Leonardo da Vinci. Scritti letterari, Rizzoli, Milano 1980, pp. 184-185).

Ma chi era, in realtà, Leonardo da Vinci? Sicuramente uno Speleologo!