OPERA COSTRUITA PER LA RACCOLTA E IL DEPOSITO DELL'ACQUA E CON MODALITA' DIFFERENTI DELL'OLIO, DEL VINO, DEL GHIACCIO E DELLA NEVE.

La necessità di conservare l’acqua soprattutto a fini potabili ha lasciato una vasta gamma di opere di conserva, gran parte delle quali oggi cadute in disuso, o destinate ad usi prevalentemente irrigui, con la realizzazione dei moderni acquedotti per l’acqua potabile. Le cisterne destinate allo stoccaggio dell’acqua derivata da un acquedotto non sono comprese in questa tipologia. Sotto forma solida l’acqua è stata anche raccolta e contenuta in appositi locali (ghiacciaie e neviere) per facilitare la conserva dei cibi. Possono esservi anche cisterne per lo stoccaggio dell’olio e per la lavorazione e l’immagazzinamento del vino.

1 - Cisterna

Costruzione generalmente seminterrata o sotterranea, nella quale si raccoglie e si conserva l’acqua piovana caduta su una superficie collettrice.

La cisterna può essere descritta come un grande recipiente di solito sotterraneo, per quanto non manchino esempi semisotterranei o costruiti in alzato. Realizzata in qualsiasi tipo di terreno e nelle forme più svariate, è destinata alla conserva dell’acqua piovana, generalmente raccolta dai tetti delle abitazioni oppure su apposite superfici.

Veniva usata quando non si poteva avere acqua in altro modo e rappresentava comunque un sistema semplice ed efficace, a patto che venisse periodicamente manutenzionata. Vegezio prescrive che in tutti gli edifici pubblici e possibilmente anche in quelli privati si costruiscano le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana dai tetti (Vegezio, IV, X). Avendo il compito di contenere e preservare, tale “contenitore” doveva preferibilmente essere a tenuta stagna. Le forme delle cisterne sono quanto mai varie e ciò dipende da molteplici fattori quali, ad esempio, il materiale adoperabile, la disponibilità economica, la tecnologia a disposizione, la funzione (considerando soprattutto la potabilità) e non ultimi il terreno geologico e il contesto in cui sono realizzate. Si prospetta un elenco dei tipi meglio noti di cisterne sotterranee.

Cisterna a fossa: semplice scavo nel terreno o nella roccia, fino a realizzare una sorta di fossa, per consentire di raccogliere l’acqua meteorica senza implicare particolari oneri. Talvolta le cosiddette “marmitte dei giganti” (cavità più o meno cilindriche formate dall’azione esercitata dalla sabbia e dai ciottoli trascinati dalle acque di torrenti subglaciali, etc.) sono state utilizzate per la raccolta e la conserva dell’acqua, come si può osservare in un esempio presso la località Belvedere a Chiavenna (Sondrio), internamente ai resti del castello medievale.

Cisterna scoperta: analoga alla cisterna a fossa, ha maggiori dimensioni ed è dotata di articolati sistemi di raccolta e di distribuzione. Laureano parla di “cisterna a cielo aperto” nel descrivere, ad esempio, i sistemi di raccolta dell’acqua utilizzati a Qana (Yemen) costituiti da vasche e forniti di dispositivi di filtraggio e decantazione (Laureano 2001, p. 88). Nicoletti, invece, ci dice: «Un cenno particolare meritano le cisterne scoperte, dette maj’il, tra le quali vi sono, senza dubbio, alcune delle più affascinanti architetture dello Yemen. Alimentati da wadi o da acqua piovana filtrata dai terrazzamenti agricoli o convogliata dalle coperture degli edifici, questi manufatti consistono in una grande vasca interrata, rivestita di murature sigillate con malte robuste, il cui fondo si apre talvolta verso i bacini minori dove si raccolgono i sedimenti di deposito» (Nicoletti 1985, p. 276).

Cisterna a camera singola: è il tipo più frequente e senza dubbio più noto, comprendente una vasta gamma di risoluzioni architettoniche. Nelle forme più semplici si hanno cisterne cilindriche, troncoconiche, a bottiglia, a damigiana, a tholos, o con forma irregolare, con molteplici varianti. Un tipo è chiamato “cisterna a bagnarola”: è rettangolare con il lati minori arrotondati ed è stata documentata presso l’insediamento di Tharros, in Sardegna (Acquaro, Francisi, Mezzolani 2002, pp. 61). Identica forma la si riscontra in cisterne presenti nell’antica città di Cosa (Grosseto). Maggiori sono quelle a parallelepipedo, più o meno regolare, non foss’altro perché sono gli esempi che in maggior numero sono giunti fino a noi.

Cisterna pluricamerale: meno usuale, in genere si tratta della giunzione di due o più cisterne. Talvolta può essere ricavata da ambienti destinati solo successivamente alla conserva del liquido e di cui si è persa l’originaria funzione.

Cisterna a doppia camera: è costituita da due vani concentrici, a sezione quadrangolare o circolare, di cui l’interno è la camera di conserva e l’esterno quella di filtraggio, che comunica attraverso bocchette di travaso; un esempio è dato dalla cisterna di Palazzo Veracchi-Crispolti a Perugia (Associazione Subacquea “Orsa Minore” 1981, pp. 91-104).

Cisterna a cunicoli: generalmente è costituita da un impianto di cunicoli tra loro comunicanti, nelle cui forme più complesse l’aspetto è assimilabile a una coltivazione a camere e pilastri. In vari casi, come argomenta Riera, si tratta però di opere di captazione propriamente dette (Riera 1994, pp. 313-321).

Cisterna filtrante: tra i vari tipi di cisterna questa offriva una buona garanzia di potabilità. Il tipo più noto è detto “cisterna alla veneziana”. Consiste in uno scavo di forma tronco conica della profondità di almeno 3 m, con le pareti e il fondo rivestiti di uno strato di argilla e sabbia compresse. Dal centro del fondo s’innalza un pozzo cilindrico il cui interno è in comunicazione con la parte inferiore dello scavo tronco conico; lo spazio compreso tra il pozzo e la parete è riempito con sabbia silicea ben lavata. L'acqua piovana raccolta viene convogliata da un canale e penetra nella massa di sabbia e quindi nel pozzo, dal quale è prelevata (Riera 1993, p. 29). In periodi di siccità non era infrequente riempirle con acqua trasportata in botti o altri recipienti.

Tornando a forme semplici, esistenti presso gli insediamenti rupestri sia dei Sassi di Matera sia in quelli minori dislocati lungo i margini delle gravine, si riscontrano cisterne anche interne alle abitazioni, descritte come a forma di pera o di campana, e scavate nella viva roccia. Laureano riporta un particolare tipo chiamato “cisterna a tetto” e presente sull’altopiano delle Murge per abbeverare il bestiame (Laureano 1993, p. 140): l’acqua viene raccolta per microinfiltrazione direttamente nella camera rettangolare scavata nella roccia. Coperta da un tetto a doppio spiovente, al centro è provvista di un foro per il prelievo; l’acqua è poi versata in una canaletta che dal tetto confluisce negli abbeveratoi. Sempre Laureano ci parla della “camera di condensazione”, la cui alimentazione è costituita dalla condensa che si forma sulla copertura delle perforazioni; parlando dei sistemi di approvvigionamento yemeniti ci dice: «Una celebre iscrizione dedicatoria in cui si chiede al dio di portare “la pioggia di autunno e la pioggia di inverno” non ha senso nel regime climatico già arido al tempo dei Sabei. Traducendo invece il termine pioggia con rugiada si scopre quali fossero le preoccupazioni e le attenzioni di questo popolo. Si comprendono allora anche i mahfid: dispositivi per la raccolta dell’acqua che utilizzano la doppia camicia muraria come camera di condensazione» (Laureano 1995, p. 96).

Un altro particolare tipo di camera di raccolta e di stoccaggio è rappresentato dalle cisterne di Conversano, in Puglia (Palmisano, Fanizzi 1992, pp. 35-53). All’interno e ai margini di vari laghi, spesso stagionali, sono state costruite delle camere sotterranee di raccolta delle acque, utilizzate e restaurate fin quasi ai giorni nostri. Si tratta di opere a forma di tholos o di campana, rivestite in pietrame o conci, della profondità compresa tra i 4 m e i 12 m. Le sezioni orizzontali possono essere sia circolari che ellittiche. Il fondo delle opere non è visibile a causa dell’accumulo del limo, o per interro. Nel lavoro di Palmisano e Fanizzi viene riportata la sezione di un’opera esaminata nel 1887, in cui si vede chiaramente che il fondo è a conca, privo di rivestimento e con un pozzetto centrale (sezione schematica di un pozzo di Lago Iavorra, da Simone S. in Norba e Ad Veneris, relazione inviata all’Accademia dei Lincei, 1887; tratta da Palmisano, Fanizzi 1992, p. 49). Servivano ad assicurare una riserva idrica quando i laghi si asciugavano o comunque riducevano il bacino ad uno specchio melmoso. Inoltre, nell’area del Gargano, le opere di presa e di conserva sono associate a solchi vallivi fossili, doline e depressioni naturali del terreno e vengono localmente indicate con i nomi di piscina, cutino o pozzo.

Sono interessanti le osservazioni di Laureano in merito a uno dei vari sistemi di conserva dell’acqua utilizzati nello Yucatan dai Maya: «Per ottenere scorte di acqua bevibile venivano scavate nella pietra cisterne a forma di campana, chiamate chultun. Nel periodo classico a partire dal IV secolo d.c. lo sviluppo di città importanti fu organizzato intorno a depressioni naturali, chiamete aguada. Qui confluivano le acque raccolte da dighe e cisterne lungo i pendii. Le superfici dell’aguada erano pavimentate con pietre piatte, le cui connessioni erano impermeabilizzate di argilla rossa e marrone. Nel fondo erano scavati pozzi e chultun che mantenevano l’acqua quando l’aguada era secca. Il sistema è del tutto simile alla tecnica dei cisternali delle aree carsiche della regione delle Puglie nel sud dell’Italia» (Laureano 2001, pp. 225-228 e p. 359).

Altro sistema per immagazzinare l’acqua, utilizzato ad esempio anche nello Yemen del Nord, è la costruzione d’una diga di sbarramento per chiudere il corso di un wadi: il bacino così formato ha carattere alluvionale e il suo riempimento dipende unicamente dall’incostante portata del wadi, che alterna periodi di secca ad altri di piena a seconda delle precipitazioni (Nicoletti 1985, p. 267). La più imponente era la diga di Ma’rib, che chiudendo il corso del Wadi Adhana si sviluppava per circa 600 m e con un’altezza di 15 m; era dotata di tre chiuse con le quali si regolava il flusso d’acqua necessario all’irrigazione dei sottostanti coltivi. Il Corano riporta il crollo della diga, avvenuto attorno alla metà del VI sec. (Peirone, XXXIV, 16).

Un’ulteriore distinzione si può operare nel caso in cui la cisterna sia stata ricavata, ad esempio, da una cava (nel qual caso verrà indicata e censita come cava riutilizzata per lo stoccaggio dell’acqua). A Cagliari, il Cisternone Vittorio Emanuele II è una cava data per punica e riutilizzata in epoca romana come serbatoio. Nel vicino anfiteatro l’acqua meteorica veniva raccolta in appositi canali scavati nella roccia e tramite un condotto sotterraneo provvisto di piscina limaria versata nella cava anch’essa sotterranea, impermeabilizzata in cocciopesto (Floris 1988, pp. 22-29 e p. 120).

Per quanto riguarda i rivestimenti, le soluzioni possono essere svariate. Vi possono essere opere incamiciate con pietrame, mattoni, conci e impermeabilizzate mediante argilla o malta idraulica. In esempi più recenti o a seguito di riutilizzi, s’impiega cemento o ancora calcestruzzo. Non mancano esempi privi di rivestimento, scavate in roccie impermeabili e non fessurate. Le volte di copertura possono essere aggettanti, a tutto sesto, a sesto ribassato, a sesto acuto, a catino, oppure sorrette da colonne. Presso il convento di San Cosimato (Roma) si può osservare una cisterna, a pianta rettangolare, scavata nella roccia in cui si sono ricavati a risparmio due pilastri (fig. VI.15). Le camere possono altresì presentare forme o elementi architettonici particolari.

Fino agli anni Sessanta del XX secolo, nelle zone di Alberobello, Cisternino, Martina Franca e Locorotondo in Puglia, si scavava il suolo per una profondità di 50-70 cm per raccogliere un’argilla rossiccia e pastosa chiamata ‘vuolo’, con cui impermeabilizzare internamente le cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana. Scavate nella roccia, le cisterne erano a forma di damigiana, di fiasca, o di pera. Periodicamente, ogni uno o due anni, venivano scrostate, ripulite, talvolta disinfettate con la calce, e si riapplicava uno strato d’argilla spesso circa 5-10 cm. Trattando la circolazione delle acque nelle grotte, Leonardo da Vinci parla di come l’argilla sia impermeabile, ricordando: «potrebbesi ben dire in tali fossi la densità della creta ovviare e proibire la penetrazione dell’acqua sotto di sé, come si vede nelle citerne fatte nell’acque salse, le quali sono attorniate, fori dalla lor muraglia e rena, di questa terra, di che si lavora li vasi, finissima, e mai la potenzia dell’acqua salsa nolla può penetrare, e così l’acqua si conserva dolce nelle (caver) citerne» (da Vinci, Cod. Leicester, F.3 - r.).

Generalmente l’acqua meteorica raccolta per l’uso potabile era decantata e filtrata. Un sistema poteva essere quello di dotare la cisterna di un piccolo locale adiacente e suddiviso in due scomparti: il primo è sostanzialmente un bacino di decantazione, da cui l’acqua passa nel successivo per tracimazione; il secondo serve al filtraggio e contiene strati di ghiaia, sabbia e carbone di legna, che il liquido attraversava prima di giungere alla camera di stoccaggio attraverso una o più tubature. Nel corso delle indagini non è sempre possibile capire se una cisterna fosse o meno provvista di questi elementi.

Buona parte delle camere di conserva all’interno presenta ancora doccioni o bocchette d’adduzione fittili, ma non sempre si riesce a stabilire se provengano o meno da impianti di decantazione e filtraggio, a patto d’avere la possibilità di eseguire scavi in tutta l’area circostante. Inoltre, come ad esempio nella cisterna a doppia camera e in quella alla veneziana, il sistema decantazione-filtraggio può avvenire adottando varie e differenti soluzioni costruttive.

Il pozzo trecentesco e la cisterna rettangolare, del secolo successivo, presso il Monastero di Sant’Agnese a Perugia sono dotate di pozzetto di raccolta (cutino o catino); in particolare, dal rilievo planimetrico di quest’ultima, nella sezione si vede molto bene che il pavimento è inclinato proprio nella direzione della conca circolare (Associazione Subacquea 1981, pp. 43-51 e pp. 105-111). Lo stesso dicasi per il pozzo prospiciente la Porta della Civita di Tarquinia, svuotato da Romanelli (Pozzo E), che nella relazione di scavo riporta come nel piano di fondo sia visibile una concavità larga 20 cm e profonda 10 cm (Romanelli 1948, p. 227).

È utile ricordare l’epidemia, probabilmente di peste, che colpisce anche Atene nel 430 a.C., come concorso di vari fattori. Oltre a descriverne i sintomi e gli effetti, Tucidide ci parla dell’approvvigionamento idrico del Pireo, privo di krenai (sorgenti, fontane) e del fatto che il “morbo” investe quasi unicamente i centri più popolati, in cui affluiscono i profughi di guerra contribuendo a rendere precaria la situazione igienica (Tucidide, II, 47, 1-54, 5). Come i pozzi, anche le cisterne sono opere che accompagnano la vita dell’uomo. Non mancano esempi di camere di conserva per l’olio e per il vino.

Le cisterne possono essere veri e propri “contenitori d’informazioni”, come nel caso studiato a Pizzighettone (Cremona). Dotato di fortificazioni in più momenti storici, il borgo assume i connotati di una piazzaforte basionata posta a cavaliere del fiume Adda e dal 1648 al 1656 il governatore di Milano Marchese di Caracena ne fa rafforzare l’intera struttura (Gambarelli 1995, pp. 11-13). Nel 2002 un intervento archeologico effettuato all’interno delle mura riporta alla luce una cisterna utilizzata come discarica di riufiuti organici e inorganici. Questo ha consentito il recupero del materiale, datato tra le seconda metà del XV sec. e i primi decenni del successivo. «La presenza di stoviglie “fini” contro una totale assenza di ceramiche invetriate da fuoco, indica la provenienza di questi oggetti dalle mense, che quindi dovevano trovarsi negli ambienti direttamente soprastanti il vano sotterraneo» (Perego 2005, p. 29). Sono stati inoltre rinvenuti reperti in metallo, scarti di lavorazione, treppiedi distanziatori e «1186 reperti ossei, il 60% dei quali determinabili almeno a livello generale» (Di Martino 2005, p. 95). Si sono potuti studiare anche materiali vegetali ancora parzialmente riconoscibili: «Da questi reperti è possibile farsi un’idea della dieta vegetale della comunità che ha utilizzato le buche di scarico e dell’ambiente intorno al sito al momento del loro accumulo» (Rottoli 2005, p. 99).

Nel corso d’indagini condotte in un settore della Linea Gotica, nei pressi di Bologna, è stato rinvenuto un tunnel in mattoni e calcestruzzo, destinato alla raccolta e alla conserva dell’acqua: «era lungo circa un chilometro, al suo interno sulla parete di levante si aprivano, ad una distanza di circa 50 metri l’una dall’altra, 17 aperture a volta da cui era possibile accedere attraverso un corridoio di circa una decina di metri a delle enormi cisterne in cemento armato con pareti circolari di circa 10 metri di diametro e lunghe un centinaio di metri» (Benuzzi A., Relli G., Fortuzzi L. 2005, pp. 224-226). L’opera, costruita probobilmente nei primissimi decenni del XX sec., è stata utilizzata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale come ricovero. Sono stati recuperati i resti di numerosi effetti personali di soldati tedeschi, tra cui documenti, carte da gioco e giornali.

2 - Ghiacciaia

Costruzione generalmente seminterrata o sotterranea, destinata a contenere ghiaccio per la conserva degli alimenti.

Locale destinato al mantenimento del ghiaccio sia raccolto durante l’inverno, sia cavato e trasportato da cavità naturali o da ghiacciai montani. La ghiacciaia poteva essere costruita o ricavata in vari modi:

ghiacciaia fuori terra;

ghiacciaia semisotterranea;

ghiacciaia costruita nel sottosuolo;

ghiacciaia scavata nel sottosuolo o in una parete rocciosa;

ghiacciaia ricavata sfruttando una cavità naturale.

Le ghiacciaie più comuni sono costituite da un ambiente sotterraneo, semisotterraneo o anche sopraterra, con mura spesse e il cui isolamento termico è rinforzato con intercapedini sia piene che vuote; termicamente isolati debbono essere anche il pavimento e la copertura. Talvolta le strutture solo parzialmente interrate potevano essere ricoperte di terra, fino a formare una sorta di tumulo, per ottenere una maggiore coibentazione. Il locale, generalmente a pianta circolare, viene reso impermeabile a infiltrazioni esterne, ha una ventilazione che consente di eliminare o limitare la formazione di condensa sulle pareti e un sistema di smaltimento dell’acqua di fusione. Il ghiaccio era accumulato attraverso il corridoio d’accesso, oppure da appositi condotti inclinati che dall’esterno giungevano direttamente nella camera. Il ghiaccio poteva essere conservato per essere venduto nei mesi caldi, oppure servire in loco alla conservazione di cibi come carne, pesce, burro, etc.

Presso l’ex Monastero Olivetano di S. Maria a Baggio (oggi quartiere di Milano), meglio conosciuto come Cascina Monastero, ancora ai primi del XX sec. in inverno si usava allagare appositamente alcuni campi in modo che l’acqua potesse stagnare e gelare. Le sottili lastre di ghiaccio venivano tagliate, sovrapposte e lasciate nuovamente gelare, per essere poi raccolte e depositate nella grande ghiacciaia semisotterranea. Il ghiaccio, conservato a strati tra segatura e pula di riso era poi venduto a Milano nei mesi estivi (Rognoni 1983, p. 25). La “giazera” di Comabbio (Varese) è una costruzione in mattoni a pianta circolare, di una decina di metri di diametro, altrettanto profonda e di poco emergente dal terreno. Per accedervi vi è un’anticamera a corridoio provvista di tre porte. Probabilmente costruita alla fine del XVIV sec., serviva ai pescatori locali per la conserva del pesce (Caramella 1999, pp. 64-65).

La Ghiacciaia di Piantelli, nel comune di Cairo Montenotte (Savona), è un esempio realizzato alla fine dell’Ottocento di ghiacciaia semisotterranea. È composta da quattro camere di conserva monumentali, con una capacità complessiva di stoccaggio di oltre 6.000 m3 e di un tratto di galleria dove giungeva un troncone ferroviario per il carico; oggi è in totale abbandono e una camera è completamente allagata. Il ghiaccio prodotto a San Giuseppe di Cairo veniva trasportato e utilizzato nei grandi ospedali genovesi e nei mercati rivieraschi del pesce (Verrini 2002, pp. 44).

3 - Neviera

Ambiente seminterrato o sotterraneo, anche a forma di pozzo, destinato a contenere neve per la conserva degli alimenti.

Grotta, cantina o locale apposito, destinato in passato a deposito della neve, per il raffreddamento di cibi e bevande, anche utilizzata per la conserva di alimenti facilmente deperibili. Non di rado con il termine di neviera viene indicata la ghiacciaia. Invece di prelevare lastre di ghiaccio si accumulava la neve nel locale e la si pressava.

All’interno del Forte di Fuentes (Lecco), nel terrapieno del bastione situato a ridosso del Palazzo del Governatore, vi è un pozzo cilindrico non regolare provvisto di un corridoio di accesso in muratura e un tempo dotato di volta di copertura, di cui rimangono brevi tratti aggettanti. Il paramento murario è costituito da pietrame locale, con una parte, verso il fondo, poggiante alla roccia; è impermeabilizzato con malta. Profondo 4.4 m all’interro e con un diametro massimo di 3.3 m, è identificabile come neviera o ghiacciaia (Padovan 1997, p. 297).