RISULTATO DI AZIONI E D'IMPIANTI FINALIZZATI AL RAGGIUNGIMENTO DI FALDE ACQUIFERE, A SVILUPPO VERTICALE.

Con il termine di pozzo s’intende generalmente una perforazione artificiale ad asse verticale del terreno. Per estensione si parla di pozzi anche in cavità naturali, con l’approfondimento verticale dei vacui. Vegezio dice che per una città è vantaggioso poter disporre di fonti perenni all’interno delle mura. In caso contrario si dovranno scavare dei pozzi e sollevare l’acqua con le corde (Vegezio, IV, X).

La destinazione di un pozzo varia a seconda del terreno geologico in cui è stato scavato, del tipo di architettura impiegata nel rivestimento, e soprattutto a cosa può essere connesso. A prima vista ogni “pozzo” parrebbe essere destinato alla presa dell’acqua di falda, ma non di rado, dopo la debita esplorazione, si ‘scopre’ che in realtà conduce ad un acquedotto ipogeo o si tratta di una cisterna, oppure è un manufatto che per essere compreso necessita di ben altre ed ulteriori indagini. In uso fin dall’antichità, il pozzo mantiene la tecnica dello scavo manuale almeno fino agli inizi del nostro secolo, nonostante l’introduzione di macchinari per la trivellazione. Spiegando che il suolo può naturalmente rilasciare esalazioni gassose, Vitruvio consiglia di calare nella canna del pozzo una lucerna accesa: se questa si spegnerà occorrerà scavare altri due pozzi a lato, per liberare il terreno dal gas. Arrivati all’acqua, raccomanda di incamiciare la perforazione per evitare l’occlusione della vena (Vitruvio, VIII, VI, 13). Se lo scavo è finalizzato al raggiungimento di una falda acquifera da utilizzarsi a fini potabili o irrigui, avremo pozzi ordinari e pozzi artesiani.

Per estensione viene denominato pozzo l’elemento che ne circonda la bocca, più appropriatamente indicato come sponda o parapetto, oppure puteale o vera. In alzato, il pozzo si compone di un piedistallo, su cui poggia il puteale. Talvolta in pietra e di forma elegante, poteva essere chiuso con un coperchio (o serranda) e avere elementi di sostegno a una copertura, oppure a un architrave, a cui era fissata la carrucola con la corda o la catena agganciate ad una secchia. Elementi metallici sagomati ad arco assolvevano la medesima funzione di sostegno. Tutti questi elementi potevano coronare l’accesso indifferentemente sia a pozzi che a cisterne. La parte che si allarga al di sotto del piedistallo, dando inizio al pozzo vero e proprio, è chiamata gola. Talvolta, in prossimità della bocca, si riscontrano strutture portanti a mensola o ad arco, atte a sostenere il puteale oltre che la volta. Nel Pozzo Sorbello, a Perugia, sono invece due puntoni obliqui in pietra, inseriti nel rivestimento, ad assolvere il compito di sostenere l’apparecchiatura della volta (Stopponi 1991, pp. 237-240).

I pozzi possono essere incamiciati con pietrame, ciottoli, conci, mattoni, o apposite forme curve in cotto legate tra loro con grappe o strisce di piombo. Forbes ci dà notizia di pozzi micenei e cretesi in cui i mattoni erano sostituiti da tubi fittili, mentre presso i Romani venivano impiegate armature lignee o barili in posti di dimora temporanea (Forbes 1993, p. 674). Nel 1938, nella zona del Quirinale a Roma, sono stati scoperti dei pozzi rivestiti con lastre curve in tufo, provviste di pedarole (Pisani Sartorio 1984, p. 41). Presso Happisburg, nel Norfolk, si è rinvenuto un pozzo medievale rivestito in legno con assi poste ad incastro, a sezione quadrata e profondo circa 7 m (Forbes 1993, p. 674).

Se lo scavo è praticato in un terreno incoerente è necessario provvedere a un rivestimento, come ad esempio nei pozzi di Milano (Castoldi 1996, pp. 113-122) o in quelli dell’antica Ostia, dove in alcuni casi, al di sotto della vera sono stati messi in opera bocche di dolio in cotto e di orcio (Ricciardi 1996, I, pp. 25-88). Ma possono essere provvisti di rivestimento anche se lo scavo viene praticato nella roccia. Si è potuto vedere un pozzo quattrocentesco, dato per progettato dall’ingegnere Vercellino, in una villa a Trezzo sull’Adda (Milano): scavato in un conglomerato ben coeso (Ceppo d’Adda), è interamente incamiciato in mattoni. La sua forma perfettamente cilindrica si sviluppa per poco più di 40 m e verso il fondo il rivestimento ha ceduto in corrispondenza di vacui di modeste dimensioni, contenenti sabbia e, in misura minore, argilla. Talvolta sono anche intonacati internamente a calce.

Un elemento caratterizzante sono le cosiddette pedarole. Trattasi di incavi praticati nella parete della perforazione per consentire, o per facilitare, la discesa e la risalita nel corso delle operazioni che scandivano la nascita e la vita del pozzo. Le troviamo generalmente scavate con cura nelle pareti rocciose e poste a distanze regolari, lungo direttrici vicine o contrapposte. Meno spesso sono irregolari e disposte senza un apparente ordine. Questi elementi li ritroviamo anche in alcuni tipi d’incamiciatura, come in pozzi greci e romani (Pisani Sartorio 1986, p. 37-40). Sono ugualmente presenti in opere ampie, tali da non consentire i movimenti in opposizione, magari associate ad incavi più grandi, alcuni dei quali scanalati verso l’alto, fatti appositamente per alloggiare travature che fungessero da scala. In alcuni pozzi di Milano, d’incerta collocazione cronologica, i corsi di mattoni presentano dei vuoti a intervalli regolari, interpretabili come pedarole. Potevano altresì alloggiare impalcature lignee, durante la messa in opera dell’incamiciatura.

Lo svuotamento di alcuni pozzi, come a Marzabotto e a Populonia (Minto 1943, p. 26), ha evidenziato un incavo terminale ricavato nella roccia. La risoluzione si attuava, presumibilmente, per raccogliervi il sedimento. A Milano sono stati rinvenuti alcuni pozzi dotati di sistema di filtraggio e dati per romani, ma per i quali la sola analisi della tecnica costruttiva non ha offerto elementi per l’esatto inquadramento cronologico: «Ben tre pozzi, in via Speronari, via Unione e ancora una volta nella zona di San Giovanni in Conca, hanno restituito, proprio sul fondo, un ceppo di legno con infissi due tubi cilindrici di piombo. Questo elemento è stato interpretato come un dispositivo di filtraggio incastrato nella base del pozzo che, in questo caso, al posto del solito anello, doveva presentare una platea di legno corrispondente al diametro esterno del manufatto; la platea avrebbe avuto funzione di isolare il pozzo dalla falda freatica ed i tubi avrebbero permesso il passaggio dell’acqua che, libera dai residui sabbiosi della falda, sarebbe confluita limpida sul fondo del pozzo» (Castoldi 1996, p. 116).

Seppure abitualmente circolare, la sezione può essere quanto mai varia, con risoluzioni ellittiche, quadrangolari, poligonali o miste. In uno degli ambienti semi sotterranei dei Chiostri della Chiesa di Sant’Eustorgio, a Milano, la canna di un pozzo è composta da un primo tratto a sezione quadrata che s’innesta su una circolare. Non si può non menzionare il Pozzo di San Patrizio a Orvieto: costruito agli inizi del XVI secolo su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, è particolare in quanto attorno alla canna cilindrica, profonda 62 m, si sviluppano due scale a cordonata che prendono luce da finestre praticate sull’interno del pozzo. Pertanto, sezioni e dimensioni differenti possono essere state adottate nella medesima opera, non solamente a seguito di rifacimenti.

La profondità è invece soggetta alla quota dell’acquifero da captare, e generalmente non si spinge oltre i 60 m, seppure le eccezioni siano varie e possano anche giungere ai 100 m, come nel pozzo seicentesco scavato nella fortezza di Verrua (Torino), che captava (prima dell’improvvida obliterazione avvenuta ad opera della Cementi Victoria alla fine degli anni Cinquanta del XX sec.) l’acqua di subalveo del fiume Po. Altro esempio è dato dal Pozzo di Moncrivello (Vercelli) scavato in un terreno morenico e profondo 85,48 m. Il diametro interno varia da 1.3 a 1.2 m, è interamente rivestito in mattoni e al momento dell’esplorazione (settembre 2005) è risultato asciutto.

L’acqua si attingeva per mezzo di un cilindro o altra struttura, su cui era fissata la corda con il secchio, e girato da una manovella. Oppure si faceva scorrere la corda nella gola di una rotella (o carrucola) agganciata a una sovrastruttura che poteva essere anche di eleganti forme. Un altro sistema era quello di tenere imperniata una lunga stanga, recante a un’estremità la secchia e all’altra un contrappeso. Questo semplice e discontinuo metodo d’innalzamento dell’acqua (shaduf) è tuttora praticato in alcune zone del Nordafrica e dell’Oriente; antiche raffigurazioni ci vengono da un sigillo cilindrico del periodo accadico (terzo millennio a.C. circa) e da alcune tombe a Tebe (1500 e 1300 a.C. circa) (Drower 1993, p. 528-533. Forbes 1993, p. 686). Nonostante il possibile utilizzo di sistemi abbastanza elementari, corde o catene venivano fatte scorrere anche direttamente sul puteale. L’acqua si poteva trarre in superficie adottando ruote a cassetti, norie, coclee, pompe a stantuffo. Non conoscendo esattamente le modalità di scavo dei pozzi nell’antichità, possiamo farcene un’idea seguendo i trattati d’ingegneria mineraria. Oppure recuperandone la memoria storica, dal momento che ne sono stati scavati manualmente fino ai primi del Novecento. Drower dice che il sistema usato anticamente non doveva discostarsi da quello impiegato dai Beduini nomadi dell’Arabia.

I pozzi vengono praticati, come afferma anche la Tölle-Kastenbein, nel momento in cui l’uomo sceglie di assumere dimora, di costituire un insediamento stabile, ma vanno associati anche alla necessità d’irrigare i coltivi (Tölle-Kastenbein 1990, p. 32). Il primo acquedotto di Roma è l’aqua Appia, costruito nel 312 a.C.: Frontino dice che prima di allora i Romani si contentavano dell’acqua che attingevano dal Tevere, dai pozzi o dalle fonti (Frontino, 4).

Pozzo a gradoni: la particolare architettura dell’opera consentiva di raggiungere l’acqua sorgiva o di falda, posta in profondità, mediante una scalinata generalmente dotata di volta. In Sardegna vi sono esempi di pozzi a gradoni d’epoca nuragica (Contu 1985, pp. 124-128) e alcuni potrebbero avere rivestito caratteri di sacralità.

Da una acquisita conoscenza, sia del territorio che del terreno, è senza dubbio possibile che l’uomo abbia cominciato a praticare perforazioni nel suolo allo scopo di ricercarvi l’acqua. Si potrebbe inoltre ipotizzare che dopo le inumazioni e le abitazioni ad uso privato, i pozzi siano le opere architettoniche realizzate in maggior numero, unitamente alle cisterne. Generalmente situati presso i centri abitati, internamente alle case, nei cortili, anche in prossimità di cisterne e ghiacciaie, oppure connessi a opere pubbliche, presso edifici templari, o nelle piazze, i pozzi si trovano quasi ovunque.

Non mancano nei campi, con fini irrigui, o per l’abbeveraggio degli armenti; oppure in pieno deserto, lungo le vie carovaniere, o fiancheggianti le strade di grande percorrenza.

1 - Pozzo artesiano

Scavo ad asse verticale del terreno, a sezione circolare, quadrata, poligonale, ellittica, etc., finalizzato a captare una falda acquifera sotterranea che scorre in pressione.

Se l’acqua è contenuta in strati permeabili sottostanti ad uno impermeabile, nella perforazione che la raggiunge può presentarsi con pressione tale da risalire e talvolta zampillare liberamente fino alla quota della superficie piezometrica della falda, che prende il nome di artesiana. Il nome deriva da “artésien”, ovvero “dell’Artois”, regione della Francia dove tale tipo di pozzo, detto appunto artesiano, è in uso da lungo tempo.

2 - Pozzo graduato

Semplice perforazione ad asse verticale del terreno che permette di registrare il livello delle acque.

Il pozzo graduato è un normale pozzo propriamente detto, la cui funzione è quella di misurare il livello delle acque, grazie alla graduazione segnata in modo indelebile internamente, nonché di fare previsioni sulle piene. Il più noto esempio è il “nilometro”, in Egitto.

«Niloscopium, celeberrimum in Aegipto, uti olim ita nunc celeberrimum est Hidrometrium. Est autem fabrica rotunda in ripa Nili adinstar putei, in cujus medio columna marmorea spectatur 20 parallelis circulis, numeris suis columnae incisis; ex adsensu verò & descensu aquae, tempore inundationis Nili, Aegyptii cognoscunt anni futuram constitutionem vel ad sterilitatem, vel ad ubertatem annonae inclinantem» (Kircheri 1678, p. 310).

3 - Pozzo ordinario

Scavo ad asse verticale del terreno, a sezione circolare, quadrata, poligonale, ellittica, etc., finalizzato a raggiungere un sottostante acquifero (pozzo filtrante o freatico).

Quando un pozzo ordinario giunge a una falda freatica l’acqua di questa non sale mai al di sopra del piano di campagna, a meno che il pozzo si trovi in prossimità della zona di scarico della falda. Secondo Vitruvio, per individuare le fonti sotterranee è sufficiente stendersi col mento a terra ed osservare in quale zona si levasse dal terreno un’esile e fugace refolo di vapore: quello è il punto dove effettuare lo scavo (Vitruvio, VIII, I, 1). Un esempio è dato dal pozzo del Castello di Pavarolo (Torino), situato all’interno di una costruzione, addossata alla parte interna della superstite ala dell’edificio medievale. Scavato nelle arenarie fossilifere di età miocenica, è profondo 64.48 m e sommerso per 6.26 m; l’accesso misura 1.38 m di diametro, mentre a -56.64 ha un diametro di 3.08 m e mantenendo la sezione quasi costante fino al fondo. Per 14.6 m presenta un paramento murario in mattoni, al di sotto dei quali la roccia è a vista; con ogni probabilità è stato scavato in due momenti distinti e in un primo non doveva essere più profondo di una ventina di metri (Bianchi, Basilico, Ninni, Padovan 2003, pp. 284-289).

Nel capitolo “Elogio di Milano per la sua posizione” Bonvesin da la Riva, nel XIV sec., ci parla della bontà dell’acqua dei pozzi così esordiendo: «Dentro la città non vi sono cisterne né condutture di acque che vengano da lontano, ma acque vive, naturali, mirabilmente adatte a essere bevute dall’uomo, limpide, salubri, a portata di mano, mai scarseggianti anche se il tempo è asciutto, e tanto abbondanti che in ogni casa appena decorosa vi è quasi sempre una fonte di acqua viva, che viene chiamata pozzo» (Bonvesin da la Riva, I, IV).

4 - Pozzo ordinario a raggiera

Scavo ad asse verticale del terreno dotato sul fondo, o in prossimità di esso, di uno o più cunicoli (bracci).

Se il pozzo è poco profondo o comunque praticato in un terreno scarso d’acqua, talvolta si possono praticare uno o più bracci per aumentare la sua capacità di raccolta. Possiamo avere anche pozzi a raggiera aventi alla base dello scavo, o in prossimità, uno o più bracci che vanno a cercare la falda o semplicemente a emungere un acquifero anche modesto.