AZIONI E IMPIANTI PER IL MOVIMENTO DI MASSE D'ACQUA FINALIZZATI AL TRASPORTO DI ACQUA POTABILE E NON POTABILE, NONCHE' ALLA REALIZZAZIONE DI OPERE D'INGEGNERIA IDRAULICA.

Un solco scavato nella terra permette di derivare acqua da una sorgente, da un torrente o da un fiume. Un tronco d’albero tagliato longitudinalmente a metà e scavato all’interno assolve la medesima funzione. Una semplice azione di scavo può quindi costituire il primo passo (o uno dei primi passi) per lo sviluppo delle opere idrauliche di presa e di trasporto delle acque. Il solco, approfondito e ricoperto con lastre di pietra diviene idealmente un canale sotterraneo e un tronco d’albero scavato all’interno assume la forma di una conduttura che se interrata è anch’essa sotterranea. Tali concetti rendono l’idea di come possano avere avuto luogo un’azione e le sue molteplici applicazioni indirizzate alla formazione della tecnica idraulica destinata al trasporto dell’acqua.

Con lo sviluppo dei nuclei abitativi e dell’agricoltura si prospetta la necessità di non dipendere esclusivamente dall’acqua messa a disposizione dalla natura, in quantità variabile e soggetta a eccessi e a carenze. Un sistema relativamente semplice ma funzionale è quello di creare grandi bacini in muratura o scavati nel suolo roccioso, che vengono riempiti nel corso delle precipitazioni annuali. In previsione di periodi siccitosi si realizzano sistemi per lo stoccaggio anche nel sottosuolo, nonché per il sollevamento e la distribuzione: «I cinque problemi principali legati al moderno approvvigionamento idrico, cioè il prelievo, il sollevamento, il trasporto, l’immagazzinamento e la distribuzione, erano già stati studiati e risolti millenni fa» (Motta 1981, p. 11). In linea generale l’acqua serviva e serve a molteplici funzioni:

- uso potabile;

- uso agricolo;

- uso industriale;

- funzionamento dell’impianto fognario;

- difesa;

- viabilità.

Non si deve dimenticare che un apporto continuo di acqua, come ad esempio quello innescato dalla captazione di sorgenti perenni, comportava e comporta la risoluzione di un secondo fattore, lo smaltimento. Tale compito è assolto dalle fognature, che riprendono le acque dove queste vengono abbandonate dall’utente (Frega 1984, p. 49).

1 - Acquedotto

Complesso delle opere idrauliche destinate alla presa e alla conduzione di acque dal luogo di origine a quello di consumo.

Con il termine di acquedotto si va a definire un sistema, semplice o complesso, che consente di trasferire l’acqua dal punto di presa a quello di utilizzo. La prima distinzione avviene tra acqua potabile e acqua non potabile. L’acqua potabile condottata assume connotati sociali e politici, oltre che economici. Il continuo apporto di una rilevante massa d’acqua diviene indispensabile qualora la comunità superi una certa soglia numerica (Pisani Sartorio 1986, p. 28). Almeno per il passato, il superamento di una certa soglia numerica poteva essere direttamente connesso alla possibilità d’incrementare l’apporto di acqua.

Le principali opere per la costruzione di un acquedotto sono le seguenti:

opere di presa: per captare l’acqua nel luogo dove essa è naturalmente disponibile;

condotta adduttrice (o condotto adduttore): necessaria a portare l’acqua dal luogo di captazione a quello di fruizione, dove per “condotta” s’intende la tubazione generalmente cilindrica e per “condotto” il canale chiuso, o lo speco (specus), dove l’acqua scorre a pelo libero; vi sono casi in cui nello speco è alloggiata una condotta in cotto, eternit (composto di fibre di amianto e di cemento Portland), o altro materiale, in cui l’acqua viene fatta scorrere per preservarne le qualità e comunque evitarne l’inquinamento;

serbatoio od opere di accumulazione: serve all’immagazzinamento dell’acqua nei periodi in cui il consumo è inferiore alla portata dell’adduttrice e a erogarla quando si verifichi la condizione opposta;

rete di distribuzione (condotte a rete): complesso di piccoli canali o di tubature che porta l’acqua nei punti in cui deve essere utilizzata;

impianti privati: sistema di piccoli canali o più sovente di tubature che allacciato alla rete di distribuzione rifornisce direttamente gli utenti privati.

Abbiamo inoltre:

impianto di sollevamento meccanico: per supplire alla deficienza di dislivelli naturali affinché l’acqua possa defluire nelle condotte con la portata adeguata;

impianto di potabilizzazione: per conferire all’acqua le proprietà chimiche e batteriologiche indispensabili per l’alimentazione umana; è presente negli impianti moderni e generalmente a partire dal XIX-XX secolo.

Le acque da captare possono essere sorgenti, lacustri, fluviali, sotterranee, di bacino artificiale; a seconda della loro natura si avrà un consono impianto di captazione.

Captazione di acque sorgive: richiede lo studio idrogeologico dell’origine della sorgente e dei terreni attraverso i quali essa sgorga. In rocce stratificate la captazione si effettua rimuovendo lo strato di terra e di detriti che ricopre la roccia. Se la scaturigine è unica (o se ve ne sono numerose vicine) si costruisce una camera di presa impermeabile per racchiuderla. Se le vene da allacciare sono numerose e tra loro distanziate, per ognuna va costruita una presa. Se le scaturigini sono distribuite in lunghezza attraverso fessure della roccia, l’opera di presa si articola anch’essa nel senso della lunghezza e può assumere la forma di una galleria addossata alla parete rocciosa. Per le sorgenti da detriti di falda, se le acque provengono dalla roccia si opera come sopra detto. Se invece scorrono nella massa dei detriti la captazione può essere realizzata con traverse impermeabili affondate fino al substrato roccioso, ovvero con cunicoli drenanti che emungono la massa e conducono in un collettore. Nei terreni alluvionali le sorgenti scaturiscono generalmente lungo gli affioramenti di strati impermeabili di argilla (o argilla e sabbia) e talora l’acqua effluisce dal basso all’alto entro pozze o laghetti. In questo caso la captazione si fa con un’opera che include la polla, con le pareti spinte a profondità bastante a impedire l’infiltrazione di acque superficiali. Se le sorgenti si trovano alla base di rilievi collinari o montuosi, spesso esse vengono a giorno attraverso masse di detriti che generalmente vanno asportati per eseguire l’opera di captazione.

Captazione di acque lacustri: la presa è fatta in profondità e lontano dalle sponde, mediante tubazioni adagiate sul fondo, mentre in antichità avveniva creando appositi bacini lungo la sponda stessa. In taluni casi la captazione avviene mediante gallerie perforate nei fianchi della vallata.

Captazione di acque fluviali: la presa è fatta con “chiaviche in sponda” (opere in muratura che interrompono gli argini di un fiume) qualora il livello si mantenga abbastanza elevato. In caso contrario si può provvedere ad innalzare il livelo mediante traverse, o si ricorre alla costruzione di gallerie filtranti scavate sotto il letto del fiume.

Captazione di acque di bacino artificiale: la presa avviene generalmente attraverso la diga di sbarramento, a profondità conveniente per non rimuovere il limo del fondo.

Captazione di acque sotterranee: per la presa occorre distinguere se si tratti di:

a. acque della falda superficiale o freatica, provenienti dalle acque meteoriche o correnti;

b. acque delle falde profonde, separate da quelle superficiali da strati di terreni impermeabili.

La captazione della falda superficiale si può fare scavando, nei terreni che la contengono, una trincea o una fossa. Oppure si scavano pozzi percorribili dal cui fondo si possono spingere, orizzontalmente e dentro la falda, una serie di cunicoli o di tubi drenanti che versano nel pozzo. L’acqua può essere sollevata meccanicamente dal pozzo e convogliata, oppure dallo stesso pozzo si può realizzare, nel sottosuolo e con leggera pendenza, una galleria o cunicolo d’acquedotto. La captazione della falda profonda avviene mediante pozzi scavati manualmente e in tempi recenti con pozzi autoaffondanti o pozzi trivellati. Talvolta uno strato profondo tende a fare risalire le sue acque, anche in superficie, qualora sia raggiunto da una perforazione, e il pozzo che ne risulta si chiama artesiano. Anche in questo caso, se l’acqua non giunge in superficie, si possono utilizzare impianti di sollevamento o condotti sotterranei.

Allo stato attuale delle conoscenze vediamo che già in epoca arcaica e in epoca classica esistono acquedotti dotati d’impianto di captazione, trasporto e distribuzione dell’acqua potabile (figg. VII.7 e VII.8) ente ne sono realizzati in precedenza, così come dopo la caduta dell’impero romano essi continuano ad essere costruiti. I cinque fattori legati all’attuale approvvigionamento idrico, ovvero il prelievo, il trasporto, il sollevamento, l’immagazzinamento e la distribuzione, erano già stati risolti almeno duemila e cinquecento anni fa. Si rinverranno quindi pozzi (più raramente discenderie) che servivano alle seguenti funzioni:

- raggiungere la quota prefissata per la realizzazione del condotto sotterraneo;

- evacuare il materiale scavato e ventilare l’ambiente;

- sollevare il liquido a giorno a lavoro ultimato;

- manutenzionare l’acquedotto.

La costruzione degli acquedotti ha sfruttato prevalentemente la legge di gravità, pur con molteplici varianti. In dati momenti storici, e per specifici utilizzi, gli acquedotti sono realizzati così come siamo abituati a immaginarli o a vederli: chilometrici cunicoli sotterranei e quasi sempre impermeabilizzati, nonché spettacolari percorsi su arcate e sostruzioni (fig. VII.9). L’avvento della pompa a motore, delle tubature in ferro e in ghisa, trasformano il sistema di approvvigionamento idrico a scorrimento naturale per gravità in quello a pressione (Capacci 1918, p. 30). Un’infinità di opere analoghe erano invece costituite da tubature in legno, in cotto e in pietra, oppure da semplici cunicoli scavati nella roccia e privi di qualsiasi rivestimento.

Nel centro Italia vi è un rilevante sviluppo di opere cunicolari, generalmente scavate nella roccia tufacea, destinate al trasporto dell’acqua. Non mancano esempi realizzati nel calcare, come nell’area di Tarquinia (Viterbo). Ogni caso andrà singolarmente analizzato per comprendere se si tratti o meno di acquedotto propriamente detto (figg. VII.10 e VII.11). Secondo i suoi studi Del Pelo Pardi ci dice che queste opere cunicolari sono da dividere in due tipi principali. Un tipo è scavato nel tufo litoide ed è destinato al drenaggio. L’altro è scavato nel tufo granulare ed è destinato all’approvvigionamento idrico (Del Pelo Pardi 1943). Judson e Kahane, della British School at Rome, parlano di estesi sistemi cunicolari ritrovati in Etruria Meridionale e nel Lazio Settentrionale. Più precisamente analizzano le aree di Veio, di Caere, e dei versanti occidentali e meridionali dei Colli Albani. Ritengono che tali sistemi idraulici non siano da mettere in relazione diretta con uno sviluppo urbano (Judson, Kahane 1963, pp. 75-93). Un altro importante contributo è di Ravelli e Howarth, dove in sostanza affermano che «The cuniculi found in the volcanic rock (tufo) in Latium, similar to the qanats of Iran and to the khettara of Marocco, were excavated by the Etruscans and Latins mainly for the collection of drinking water and, secondarily, for soil drainage or for the derivation of water (probably to be used also for irrigation)» (Ravelli, Howarth 1988).

Il trattatista Marco Vitruvio Pollione, nel suo De Architectura, ci parla con chiarezza dell’acqua, del suo reperimento e della distribuzione mediante tubatura (Vitruvio, VIII, VI). Afferma che la si può reperire con maggiore facilità qualora esistano fonti all’aperto, ma se non sgorga in superficie occorre cercare le sorgenti sotterranee e convogliarle (Vitruvio, VIII, I). Trovata o scelta l’acqua, si passa dalla fase di progettazione al tracciamento dell’opera nel sottosuolo e/o in superficie. Generalmente si ricorreva al sistema dell’allineamento esterno e della coltellazione, che almeno presso i romani avveniva con gli strumenti utilizzati nella tecnica agrimensoria. Ancora Vitruvio menziona l’utilizzo della strumentazione per stabilire i livelli: «Cuius ratio est prima perlibratio. Libratur autem dioptris aut libris aquariis aut chorobate, sed diligentius efficitur per chorobaten, quod dioptrae libraeque fallunt » (Per prima cosa bisogna stabilire il livello servendosi delle diottre, delle livelle e del corobate. Quest’ultimo è comunque lo strumento più preciso, a differenza degli altri che possono trarre in inganno)(Vitruvio, VIII, V, 1).

La presa era fatta con pozzi, discenderie o cunicoli che si addentravano nel sottosuolo o nei fianchi dei rilievi, per raggiungere l’acquifero o la falda in pressione, o mediante serbatoi che includevano le polle, oppure captando l’acqua da fiumi, torrenti, bacini naturali o artificiali. All’inizio della condotta (o del condotto) si inserivano generalmente i bacini di decantazione (piscinae limariae) e il condotto (specus) era scavato nella roccia, costruito in muratura all’interno di una trincea (Botturi, Parecini 1991, pp. 20-21), su sostruzioni in muratura, o su arcate qualora dovesse superare forti dislivelli senza perdere di quota repentinamente. Per quanto riguarda il tracciato dello scavo sotterraneo questo generalmente principiava dalla base di pozzi (più raramente da cunicoli, discenderie, scalinate o finestrature) che, portati alla quota a cui doveva scorrere l’acqua, davano luogo allo scavo di due gallerie procedenti in direzioni opposte. Ogni ramo doveva poi incontrarsi con quello che procedeva dal pozzo adiacente: collegando tra loro ogni pozzo si mantenevano il livello e la direzione, realizzando il condotto.

Era importante il calcolo della pendenza. Un condotto senza pendenza o con pendenza contraria avrebbe determinato il ristagno dell’acqua. Con pendenza eccessiva l’acqua lo avrebbe eroso fino a demolirlo. Nel caso di dover coprire percorsi relativamente brevi, ma superando decisi dislivelli, esistevano alcuni espedienti come, ad esempio, la realizzazione di salti alla cui base venivano poste lastre di pietra compatta, che l’acqua consumava a fatica.

Greci e Romani conoscevano la tecnica delle condotte in pressione (forzate), ma le risorse costruttive permettevano loro di adottarle per tratti brevi e in situazioni particolari. Generalmente l’opera si articolava mediante un condotto (specus sotterraneo o in superficie) che giungeva in una vasca di scarico posta ai limiti della depressione (valle) da superare, da cui si sviluppava la condotta discendente che oltrepassava il limite inferiore su arcate o sostruzioni, per poi risalire fino alla vasca di carico (vasca di oscillazione), riprendendo il percorso in un successivo specus. Intorno al 400 a.C. a Olinto, città della Calcidica, Erone fa costruire un acquedotto dotato di condotta forzata con tubature in terracotta «Dalla presa di sorgente, distante circa 12 chilometri dalla città, Erone tracciò un acquedotto attraverso un pianoro e di lì sull’altura settentrionale di Olinto, per rifornire d’acqua le zone mediane e più basse con una galleria sotto la strada principale» (Tölle-Kastenbein 1990, p. 90).

Il fondo e i piedritti delle opere idrauliche erano generalmente rivestiti in malta idraulica (opus signinum, calcestruzzo). Non mancano esempi di condotti privi di rivestimento, laddove la compattezza della matrice rocciosa lo consentiva. Talvolta i cunicoli e le gallerie erano parzialmente o interamente rivestiti mediante conci o laterizi (mattoni o embrici), ad esempio all’incontro con cavità naturali o sacche di materiale incoerente, oppure a seguito di rifacimenti dovuti a cedimenti strutturali. Gli acquedotti erano ispezionabili e necessitavano di una continua manutenzione. Frontino ci parla delle manutenzioni nel suo trattato sugli acquedotti dell’antica Roma (Frontino, 119-123).

In antichità il calcolo della portata, ovvero il volume d’acqua che passa attraverso una determinata sezione nell’unità di tempo, non era sconosciuto. Al termine del condotto, dopo aver attraversato uno o più bacini di sedimentazione, l’acqua affluiva al castellum, serbatoio a livello costante nelle cui pareti erano inseriti i calices, tubi di bronzo calibrati, sotto battente fisso, che derivavano le portate spettanti ai diversi beneficiari, le quali poi passavano in condotti di piombo o fittili (fistulae). Frontino ci dà un dettagliato elenco dei calibri delle tubature allora in uso (Frontino, 24-63). Gli acquedotti, e in genere quelli maggiori, erano dotati non solo di castella per la distribuzione, ma anche di serbatoi terminali.

In linea generale, soprattutto gli acquedotti romani non disattendevano a queste normative e lungo il loro percorso mostravano varie risoluzioni e con percorsi sia sopra terra che nel sottosuolo, come ben esemplifica l’acquedotto di Gier, il quale con un complessivo tracciato di 86 km giungeva alla città di Lugdunum, in Francia (Burdy 1996). Di contro, l’acquedotto Vergine, a Roma, aveva un percorso quasi interamente sotterraneo. Frontino ci dice che la sua lunghezzaè di 14.105 passi, di cui 12.865 in canale sotterraneo, 1.240 in superficie, 540 su muri di sostegno in diversi luoghi; 700 passi su archi (Frontino, 10). Interamente sotterraneo è l’acquedotto romano del Setta, che dalla Val di Setta capta le acque dell’omonimo fiume per condurle al di sotto di Bononia, l’odierna Bologna, con un percorso di 19.735 m (Giorgetti 1985, p. 47).

Un interessante esempio di acquedotto moderno costruito secondo i canoni antichi è dato dall’acquedotto di Campiglia Marittima (Livorno), oggi in disuso (fig. VII.12). Realizzato attorno agli anni Venti del XX sec., l’acquedotto captava modeste sorgenti mediante piccole camere scavate nella roccia, convogliando l’acqua con tubature in eternit nel serbatoio in muratura posto fuori terra. Da questo ancor’oggi si stacca il condotto adduttore che si sviluppa su sostruzioni, nel sottosuolo e su due serie di arcate in mattoni (non più integre), per giungere ad un secondo serbatoio. Una pompa a motore trasportava poi il liquido fino al serbatoio di carico, situato accanto al mastio del Castello di Campiglia, per la distribuzione all’abitato sottostante nuovamente per caduta libera. Si può considerare che gli unici elementi che differenziano questo acquedotto da quelli antichi siano l’utilizzo dell’eternit, l’impianto di potabilizzazione e la pompa a motore in sostituzione di norie o coclee in batteria.

L’acqua era necessaria al funzionamento non solamente delle fontane pubbliche, ma anche di quelle private, come è stato documentato presso l’antica Ostia (Ricciardi 1996, II, pp. 14-185), delle lavanderie, d’impianti termali e opifici. Il santuario della Fortuna Primigenia a Praeneste, odierna Palestrina (Roma), era servito da un acquedotto che, con ogni probabilità, alimentava anche le fontane che occupavano i nicchioni edificati a lato di ciascuna rampa di scale esterna, al di sotto della Terrazza degli Emicicli (Coarelli 1987, p. 46). Tra il XII e il XIV sec. Siena registra un incremento demografico ed è in piena espansione politica ed economica; le preoccupazioni per chi la governa sono indirizzate alla ristrutturazione e al potenziamento dell’acquedotto sotterraneo: «non è, infatti, nemmeno casuale che si cerchi, fra le altre, di privilegiare e di aumentare la portata di acqua della fonte di Fontebranda, che serve la zona delle manifatture dei cuoiai, dei pellai e soprattutto dei lanaioli» (Balestracci 1987, p. 29). Non tutti gli acquedotti erogavano acqua potabile, come ben testimonia Frontino, a proposito dell’aqua Alsietina (Frontino, 11). Realizzato nel 2 a.C., l’acquedotto derivava l’acqua dal lago Alsietino ed era destinata alla naumachia costruita ai piedi del Gianicolo; il superfluo era utilizzato per l’irrigazione dei giardini (Panimolle 1984, pp. 175-176).

2 - Canale artificiale sotterraneo

Sede di scorrimento d’acqua realizzata nel sottosuolo o attraversante un rilievo.

Il canale sotterraneo è l’opera scavata generalmente nella matrice rocciosa e comunque direttamente nel sottosuolo. Ad esempio, in Francia, nella seconda metà del XVII sec. si costruisce il Canal du Midi, un canale sotterraneo per collegare l’Oceano Atlantico al Mare Mediterraneo È lungo 165 m e le sua sezione media è di 6,6x8,1 m (Sandström, pp. 72-73). Il Canale di Saint Quentin, in Picardia, ha invece il tratto navigabile sotterraneo più lungo di Francia.

Si sono realizzati canali prevalentemente a scopi idroelettrici e industriali sia scavandoli nel sottosuolo, sia in trincea e poi ricoperti (canali artificiali voltati). Un esempio interessante lo si trova presso la centrale idroelettrica di Trezzo sull’Adda (Milano), costruita ai primi del XX secolo su progetto dell’architetto Gaetano Moretti. La pronunciata e rocciosa sponda occidentale dell’ansa fluviale dell’Adda è attraversata da una galleria che conduce le acque del bacino idroelettrico nuovamente nel fiume, più a valle.

Condotta forzata: utilizzata per la per forza motrice può talvolta essere scavata nella roccia, oppure avere le tubature alloggiate in galleria.

Deviazione di corso d’acqua in galleria: è un tipo di opera che serve a deviare un corso d’acqua. In Italia, ad esempio, probabilmente attorno al VI secolo a.C. e ad opera degli Etruschi, si realizza presso Veio (Roma) il cosiddetto Ponte Sodo. Si tratta di una galleria scavata nella roccia per incanalare e deviare le acque di un torrente. Un’opera analoga si riscontra nel territorio di Cerveteri (Roma), nota con il nome di Ponte Vivo: è una galleria scavata nel tufo (cappellaccio) lunga 19 m, larga 4 m, alta al massimo 5 m e con il fondo ingombro di detriti, in cui sono incanalate le acque di un torrente dopo averne deviato artificialmente il corso (Rizzo 1988, p. 107). A Petra (Giordania) si può osservare una galleria scavata nell’arenaria dai Nabatei per deviare le acque di un torrente.

Levada: tipo di canale d’irrigazione presente nell’isola di Madera, scavato a partire prevalentemente dal XV sec. Oggi sono ancora in funzione oltre 2.000 chilometri di canali, 40 dei quali in galleria, per un totale di circa 200 levadas (Bodini 2002, p. 72).

3 - Canale artificiale voltato

Sede artificiale di scorrimento d’acqua dotata di volta di copertura sia in fase con la realizzazione del canale sia successivamente.

Il canale, nello specifico creato artificialmente, può essere realizzato con lo scavo in superficie e lasciato con sponde e fondo naturali, oppure rivestito in muratura. I tipi di canale sono svariati e legati a specifiche esigenze e differenti destinazioni. Nel corso del tempo un canale può essere dotato di volta di copertura, seppure in vari esempi questa venga realizzata già in fase con il canale stesso. Può anche essere costituito da grosse condutture, superficiali o sotterranee.

I canali scavati attorno ai castelli o alle fortificazioni bastionate, nonchè attorno alle città cinte da mura, garantivano una buona difesa perché impedivano l’immediato approccio al perimetro difensivo soprattutto da parte delle macchine ossidionali e rendevano problematico lo scavo delle mine. Sovente il canale nasce privo della copertura e solo successivamente viene voltato per motivi generalmente legati a fattori igienici, di viabilità, o semplicemente perché non è più necessario e s’intende sfruttarlo come condotto fognante. Se in varie città sono presenti canali artificiali destinati prevalentemente alla difesa e in subordine allo smaltimento dei rifiuti organici e alla viabilità, con l’espansione del tessuto urbano essi possono essere “relegati” nel sottosuolo in quanto, perduta la funzione difensiva, limitano il traffico urbano e rimangono pericolosi veicoli d’infezione perché non sempre adeguatamente manutenzionati e ripuliti dai fanghi.

Un esempio sono i Navigli di Milano, una rete idroviaria e difensiva che cingeva e percorreva la città, in massima parte chiusi con volte in mattoni tra il XIX e il XX secolo. Dell’antico impianto dei canali urbani sopravvivono visibili e in funzione solo il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese e la Darsena di Porta Ticinese (un tempo Darsena di Sant’Eustorgio), mentre nel sottosuolo rimangono svariati chilometri di canali, per quanto la presenza di ratti e il ristagno di gas d’esalazione ne sconsiglino la percorrenza (Padovan 2002 c, p. 408).

Cunicolo di deflusso (o galleria di deflusso): è un’opera che serve a mantenere asciutte determinate opere, come ad esempio taluni fossati di fortificazioni. Presso il Forte di Demonte in Valle Stura (Cuneo) un impianto sotterraneo in mattoni, del XVIII sec., è deputato al deflusso delle acque piovane e di fusione, che altrimenti ristagnerebbero nel fossato che cinge il Bastione di Sant’Ignazio. Ancora percorribile per 23.1 m, conduce a una camera circolare dotata di tre piccole condotte per l’evacuazione. A metà circa del percorso vi è l’alloggiamento in pietra per la saracinesca, azionabile da un soprastante sistema di contromina (Padovan 2003, pp. 33-37).

4 - Condotto di drenaggio

Complesso di lavori e opere, nel nostro caso cunicolari, per prosciugare e risanare, a fini produttivi e igienici, terreni soggetti all’invasione di acque che tendono al ristagno.

Varie opere cunicolari, soprattutto nell’Italia centrale, sono state scavate allo scopo di drenare terreni in cui le acque tendevano al ristagno. Non sempre di facile comprensione, tali impianti si compongono di uno o più pozzi aventi lo scopo di accogliere le acque da evacuare, e sono connessi a sottostanti cunicoli che assolvono alla funzione di trasportare altrove il liquido. Presso Lalibela, in Etiopia, le gallerie sotterranee scavate nella roccia collegano tra loro i fossati che circondano le chiese monolitiche per garantire il deflusso delle acque meteoriche.

Condotti di drenaggio sono stati rinvenuti internamente alla piattaforma artificiale su cui è edificata San Lorenzo, in Messico (Miller 1988, p. 19). Fondata attorno al X sec. a.C. da una popolazione a cui è stato dato il nome di Olmechi, la città è stata poi distrutta. Tra le opere idrauliche potrebbero esservi anche acquedotti propriamente detti e sistemi fognari.

5 - Corso d’acqua naturale voltato

Sede di scorrimento d’acqua naturale, dotata successivamente di sponde in muratura e volta di copertura.

Un corso d’acqua, sia esso fiume o torrente, nel corso del tempo può mutare aspetto e divenire sotterraneo per l’azione dell’uomo e generalmente nel caso in cui attorno alle rive si sviluppi un agglomerato urbano. Un tratto del suo alveo naturale può essere sostituito da un canale artificiale o le sue sponde possono essere rinforzate in muratura e poi essere dotate di volta di copertura rispondendo a molteplici esigenze. Nel tempo diverrà sotterraneo a tutti gli effetti.

6 - Emissario sotterraneo

Canale o condotto che scarica le acque di un bacino idrico o incanala quelle di un fiume, oppure collega due bacini.

Tra le opere di controllo e di regimazione idraulica del territorio vi sono gli emissari artificiali sotterranei dei bacini naturali. In centro Italia, e in particolare nell’area laziale dei Colli Albani, rimane una forte concentrazione di opere cunicolari e la presenza documentata di almeno due emissari, la cui paternità spetta con ogni probabilità alle genti etrusche e latine. Il vulcano poligenico dei Colli Albani fa parte della “provincia magmatica romana” e il suo ultimo ciclo eruttivo dà luogo a caratteristici edifici conici con pendici appena accennate, spesso riempiti da piccoli bacini lacustri attivi, come il lago di Nemi e il lago di Albano, o fossili come Prata Porci, Pantano Secco, Valle Marciana, Giuturna e Ariccia (Società Geologica Italiana 1993, pp. 94-98).

Il lago di Nemi è servito da un emissario scavato manualmente nella roccia, su due fronti opposti, della lunghezza di 1.650 m ed immetteva nel cratere di Ariccia. (Ucelli 1942. Castellani, Dragoni 1991, p. 54). L’emissario del Lago di Albano fu esplorato e rilevato nel 1955 dal Circolo Speleologico Romano e il lavoro venne ripetuto nel 1970 dal Gruppo Speleologico URRI di Roma. L’opera, scavata manualmente nella roccia, ha uno sviluppo di circa 1.400 m, un’altezza massima di 2 m e una pendenza media del 2.25%; nel tratto centrale vi sono consistenti concrezioni calcaree e in prossimità dello sbocco in località Le Mole il cunicolo ha una sezione trapezoidale (Dolci 1958, pp. 17-19; Chimenti, Consolini 1958, p. 20. Cardinale, Castellani, Vignati 1978, p. 20-24). «In tutto il cunicolo si incontrano due pozzi, il primo (profondo 3 m) a circa 80 m dallo sbocco, ed il secondo (profondo 34 m) a circa 400 m sempre dallo sbocco di valle» (Castellani, Dragoni 1991, p. 48).

L’architetto e incisore Giovan Battista Piranesi (1720-1778) ci ha lasciato una serie di vedute e di illustrazioni dell’emissario del Lago di Albano dal titolo: «Descrizione e Disegno dell’emissario del Lago Albano» (Description and Design of the Emissarium of Lake Albano) (Ficacci 2000, pp. 434-440) (tav. VII.13 e VII.14).

In Umbria abbiamo l’emissario del lago Trasimeno che sarebbe stato scavato, o semplicemente disostruito e rimesso in funzione, da Braccio Fortebraccio da Montone nel 1420. Lungo complessivamente 1.057 m, di cui un breve tratto a cielo aperto (Castellani, Dragoni 1981, p. 38), la sua funzione era di regolare le acque del bacino. Fu successivamente oggetto di manutenzione e attualmente non è più percorribile. «Nel 1895 fu progettato per il Trasimeno un nuovo emissario che fu completato nel 1898. Esso, parallelo all’emissario medioevale, ha una lunghezza complessiva di 7.314 m di cui 896 in galleria; una diga in muratura fra l’incile e il percorso sotterraneo costituì il sistema di regolazione del livello» (Castellani, Dragoni 1981, p. 38-39).

Dal 41 al 52 d. si realizza la prima delle opere sotterranee destinate a regimentare (o a svuotare) il lago del Fucino in Abruzzo, ma senza duraturo risultato. Nel 1854 il banchiere Alessandro Torlonia dà inizio ai lavori di svuotamento del bacino tramite una galleria. Attualmente è in funzione una seconda e più recente galleria e l’emissario Claudio-Torlonia è stato reso parzialmente visitabile

L’esatta funzione degli emissari artificiali realizzati nell’antichità è discussa e alcuni ritengono che sia servita per svuotare i bacini lacustri, altri per regolare o semplicemente limitare le oscillazioni del loro livello in occasione delle precipitazioni atmosferiche: trattandosi di bacini privi di emissari naturali le inondazioni all’interno delle conche non dovevano essere infrequenti. Date le opere idrauliche ad oggi note non si esclude che taluni siano stati intenzionalmente prosciugati, ma si ritiene che siano solo casi che vanno a confermare come gli antichi fossero assai più attenti all’assetto ecologico del territorio di quanto lo siamo noi oggi. Occorre considerare che un bacino era innanzitutto una fonte d’acqua immediatamente disponibile e la risorsa alimentare data dalla pesca non era da sottovalutare. Pertanto, uno specchio anche piccolo poteva essere preservato in quest’ottica e non prosciugato, ma semplicemente e facilmente regimentato con uno sfioratore. Rappresentava altresì un’ottima fonte d’acqua a cui attingere per l’irrigazione dei coltivi posti al di là dei bordi delimitanti lo specchio: cunicoli e gallerie potevano quindi essere pensati a fini irrigui e non già, o non solo, per la regimazione dei livelli. Di contro, l’insorgere o il persistere di fenomeni malarici, o l’impellenza di terre da coltivare, poteva condurre al prosciugamento. Un bacino esteso era invece difficilmente regolabile e ancor più difficilmente prosciugabile, almeno mediante lo scavo di opere cunicolari, seppure in epoca romana si sia forse tentato con il Fucino. Il moderno emissario (o, meglio, galleria di deflusso o di bonifica) ha determinato un drastico impatto ambientale e la piana del Fucino risente della carenza d’acqua; tale inconveniente era prevedibile e non doveva essere ignoto agli antichi. Si deve quindi considerare ogni emissario come un caso a sé stante, per non incorrere in errori di valutazione.

7 - Galleria filtrante

Opera idraulica per la raccolta e la condotta di acque filtranti.

Opera muraria a forma di galleria, disposta per lo più in pianure alluvionali in corrispondenza di depressioni ove convergono filetti liquidi sotterranei, e il cui rivestimento è munito sui fianchi di feritoie, allo scopo di captare l’acqua da falde freatiche anche modeste. Può essere utilizzata sia per il drenaggio vero e proprio, sia in aree con scarse risorse idriche per l’approvvigionamento d’acqua.

Galleria drenante di subalveo: è un’opera particolare che serve a captare l’acqua di subalveo da un corso d’acqua, generalemnte a regime fluviale. Un tipo particolare è il Traversante del Trebbia, costruito nel 1865 in località Mirafiori di Rivergaro (Piacenza). Doveva servire a garantire l’irrigazione dei campi circostanti nella stagione estiva. Con un percorso rettilineo di circa trecento metri attraversa il fiume Trebbia e presenta 82 bocche drenanti costituite da finestre di differenti dimensioni posizionate allo stesso livello nella parete a monte della galleria ed eseguite in opera (Chiesi 2001, pp. 15-28).

8 - Pozzo di collegamento

Opera a sviluppo verticale per il passaggio dell’acqua.

Per quanto in passato si sia evitato di fare scorrere consistenti masse d’acqua attraverso pozzi in muratura o scavati nella roccia, così come in condotte fortemente inclinate del medesimo materiale, talvolta simili risoluzioni si possono riscontrare in talune opere idrauliche. Un esempio è visibile presso la rupe di San Cosimato sul fiume Aniene (Roma) e si tratta del collegamento tra l’aqua Claudia e l’aqua Marcia, due acquedotti che servivano l’antica Roma (Basilico, Casartelli, Frignani, Lampugnani, Ninni, Padovan 2006, pp. 150-151).

I continui franamenti, a cui la rupe era ed è tuttora soggetta, hanno costretto in passato a continui interventi manutentivi, tanto che in vari tratti entrambi gli acquedotti sono stati arretrati all’interno, creando dei by-pass (Ashby 1991, pp. 123-126 e pp. 222-229). Un paio di metri oltre un by-pass dell’acquedotto Claudio vi è un pozzo a sezione trapezoidale, la cui prima parte è in mattoni e la sottostante è scavata nella roccia: cade esattamente sul sottostante primitivo condotto dell’acquedotto Marcio. L’esatta datazione dei mattoni e delle concrezioni che parzialmente ricoprono la parte in roccia potranno collocare l’opera in un orizzonte cronologico. In ogni caso l’impianto verticale serviva a riversare l’acqua del Claudio in quello del Marcio, sia in caso di interruzione a valle del primo, sia d’interruzione a monte del secondo e verosimilmente in occasione di manutenzioni. Analoghi impianti (ma con diversa funzione) si riscontrano, ad esempio, presso alcuni mulini e talune opere che sfruttano l’energia idraulica per il funzionamento dei magli.