Tipica dolina del carso istriano la foiba presenta sul fondo un inghiottitoio e il nome deriverebbe dal latino fovea, ovvero antro, grotta o fossa.Seppure non si tratti strettamente di un tipo di sepoltura, la foiba è legata agli eccidi di civili e militari avvenuti tra l’Istria e il carso triestino e giuliano dopo l’8 settembre 1943 e fin’oltre il termine della Seconda Guerra Mondiale; numerose foibe contengono tutt’oggi i resti delle salme.

La Foiba di Basovizza, situata nei pressi di Trieste, non è una cavità naturale, ma si tratta di un pozzo di ricerca mineraria, utilizzato dopo la Prima Guerra Mondiale per gettarvi materiale bellico e al termine della Seconda Guerra Mondiale per trucidare civili e militari. Chiusa con una grande lapide è oggi monumento nazionale.

In un libro di Rumici si può leggere: «Nello stesso periodo in cui i partigiani di Tito arrestarono, deportarono ed uccisero le migliaia di italiani di cui si è detto a proposito della Venezia Giulia, analoga sorte riservarono, in Slovenia e Croazia, ad un numero ancora maggiore di sloveni e croati che furono parimenti massacrati in questo caso per motivi non nazionali, ma solamente ideologici, in quanto avversi all’instaurazione di un regime di stampo comunista nella nuova Jugoslavia» (Rumici G., Infoibati (1943-1945). I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano 2002, p. 349).

In chiusura del lavoro Rumici esorta: «Per quanto riguarda il nostro Paese, è auspicabile che questo dramma, sul quale per molti anni è calato un colpevole silenzio, diventi finalmente parte della memoria storica nazionale. I morti delle foibe sono stati considerati troppo a lungo un argomento politicamente delicato e per molti versi inopportuno, lasciato alla logica delle parti» (Ibidem, p. 366).

Nelle Prealpi Venete abbiamo l’altopiano carsico del Cansiglio caratterizzato da numerose grotte e inghiottitoi, dove almeno una cavità è stata utilizzata come foiba: «Nel bosco del Cansiglio, ove operava la Divisione Garibaldina “Nino Nanetti”, a poche centinaia di metri dall’Albergo S. Marco, sede del Comando Partigiano, si apre un orrido inghiottitoio, il Bus de la Lum, una foiba di origine carsica profonda m. 225 (Rif.: Commissione Grotte E. Boegan n. 153 Fr.).

Questa foiba, negli anni 1944-1945, fu usata come luogo di eliminazione di civili e militari, giudicati dalle formazioni partigiane come spie» (Pirina M., 1943-1945 Guerra Civile sulle montagne. Vol. I Udine – Belluno, Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur”, Pordenone 2001, p. 172).

Ancora nel libro di Pirina vi è la trascrizione di una intervista rilasciata da un testimone oculare ad un giornalista e riguardante un episodio avvenuto nel 1944: «Uno alla volta, tutti e otto furono costretti a percorrere una tavola posta sulla bocca della forra. Ai lati due partigiani. Quando le vittime arrivavano al centro, l’asse veniva capovolta. Si sfracellarono, tutti, nella profondità del Bus de la Lum» (Ibidem, p. 179).

Il 4-5-6 giugno 1999 si è tenuto l’VIII Convegno Regionale di Speleologia del Friuli–Venezia Giulia in località Cave di Selz (Ronchi dei Legionari – Gorizia). Franc Maleckar dello Speleo Club “Dimnice” ha presentato un lavoro sulle foibe: «Riassunto. L’Assemblea comunale di Koper – Capodistria ha fondato, alla fine dell’anno 1990, la Commissione per le ricerche dei resti umani nelle grotte dell’altipiano carsico di Podgorje, che si estende dalla valle del fiume Rosandra (Glinscica) vicino Trieste, verso SE fino alla frontiera con la Croazia e dalle montagne della Cicarija alle colline nel Flysch dell’Istria Slovena. Con scopi puramente storici e di pietà si dovrebbero individuare i resti, identificarli e proporre una sepoltura più adeguata. In 11 delle 116 grotte della regione studiata sono stati trovati i resti di 130 persone gettate dentro durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa però è solo “la punta dell’iceberg”, perché la maggior parte dei resti umani è ricoperta dalla ghiaia e perfino da centinaia di metri cubi di salami marci che inquinano alcune sorgenti in territorio italiano» (Maleckar F., I resti umani nelle grotte del Carso di Podgorje a SE di Trieste, in Atti dell’VIII Convegno Regionale di Speleologia del Friuli – Venezia Giulia, Trieste 1999, p. 197).

Ancora lo speleologo Franc Maleckar ha scritto: «Prima delle ricerche nelle grotte ci siamo rivolti a varie istituzioni in Slovenia ed Italia dove abbiamo pubblicato degli annunci sui giornali, allo scopo di ricavare dati che potessero contribuire al ritrovamento dei resti umani nelle grotte della zona studiata. Nel Catasto regionale delle grotte, a Trieste, non sono stati reperiti dati riguardanti grotte con cadaveri situate nella regione studiata»; inoltre: «La documentazione più completa su questo fenomeno ci è stata fornita da Stojan Sancin della Sezione speleo presso il Club alpino sloveno di Trieste. Così abbiamo potuto raccogliere i dati e le testimonianze dei ritrovamenti delle ossa in altre 11 grotte». (Ibidem, p. 198). Inoltre: «Breamce presso Crnotice è un sistema di tre pozzi di corrosione connessi tra loro, profondi 23 m. Al fondo abbiamo trovato numerose ossa umane, tranne i teschi, e ossa di animali con le quali si voleva mascherare i fatti. Vrzenca presso Podgorje è un pozzo profondo 52 m. Numerosi stivali, cinture ed altri oggetti dimostrano che sono probabili le dichiarazioni degli abitanti del luogo, secondo le quali, dopo la Seconda Guerra Mondiale, vennero gettati dentro interi camion di persone» (Ibidem, p. 199).

In alcune grotte situate nel territorio di Koper, ovvero di Capodistria, si sono raccolti solo resti superficiali, tra cui soldati tedeschi: «Circa 360 kg di ossa sono stati raccolti nei sacchi speleo e analizzati per sesso, altezza, età e segni particolari. Secondo le dichiarazioni avute per telefono si tratta dei resti di circa 130 persone che, tutt’ora, si trovano nei depositi in quanto il Comune non ha pagato le spese». Proseguiamo: «Purtroppo lo scopo della Commissione non era quello dichiarato, ma era quello di usare gli speleologi per nascondere quello che non si è riusciti a fare minando o ricoprendo le vergogne con ghiaia e rifiuti. Questo lo deduciamo dall’incompletezza del lavoro (raccolta solo sulla superficie dei fondi delle cavità, dal fatto che non si è provveduto alla sepoltura [dei cadaveri. N.d.A.], dello scioglimento della commissione prima di aver concluso i compiti, …). Per adempiere alla verità storica si dovrebbero estrarre i resti umani da sotto il materiale che li ricopre. Con questo verrebbe risanato anche l’inquinamento delle sorgenti. Abbiamo raccolto molte testimonianze, che si dovrebbero però verificare. Propongo, con questo lavoro, all’opinione pubblica italiana di fare pressione sul governo sloveno per finire i lavori incominciati, soprattutto le ricerche storiche, che non sono mai iniziate» (Ivi).

Nell’Imperiese, in territorio di Cetta (Triora) alcune grotte, i cui accessi erano stati occultati, sono state utilizzate come foibe nel corso della Seconda Guerra Mondiale e nei mesi successivi.

Testi di riferimento:

Padovan Gianluca (a cura di), Archeologia del sottosuolo. Lettura e studio delle cavità artificiali, British Archaeological Reports, International Series 1416, Oxford 2005.

Basilico Roberto et alii, Italian Cadastre of Artificial Cavities. Part 1. (Including intyroductory comments and a classification), British Archaeological Reports, International Series 1599, Oxford 2007.

 

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Imperiese: esplorazione di una grotta utilizzata come foiba.